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I 5 migliori film di Paul Verhoeven
domenica 19 marzo 2017 alle 21:46

Nella settimana in cui esce Elle, film premiato con numerosi riconoscimenti e presentato in concorso al Festival di Cannes 2016, la nostra classifica settimanale non poteva che essere dedicata a Paul Verhoeven.

Ecco i suoi 5 film più belli!

5° posto: Elle

Nel suo ultimo film Paul Verhoeven torna alle origini con un thriller psicologico beffardo e sardonico. Dietro a uno stile raffreddato quanto l’algida protagonista Isabelle Huppert (perfetta), si dipana una storia di false apparenze e doppie personalità, giocato tra reale e virtuale, in cui il regista olandese torna a dissacrare l’alta società con una serie di eccessi narrativi a volte solo abbozzati ma sempre ben calibrati. Un po’ di Haneke, un po’ di Chabrol, ma tanto Verhoeven nel far pulsare la vicenda attraverso sangue, sesso e liquidi organici, pur mantenendo un felice distacco che rielabora in chiave moderna la visceralità delle sue opere degli inizi. La carte vincente è il ricorso insistito della scrittura al registro grottesco, che permette di mettere in scena un tourbillon di situazioni stranianti che stemperano le (poche) scene di violenza. Un divertissement, ma raffinato e capace di (mal)trattare la borghesia con un cinismo notevole.

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4° posto: Atto di forza

«Se io non sono io, allora chi diavolo sono?». Basato sul racconto breve We Can Remember It For You Wholesale di Philip K. Dick, un adrenalinico action movie che spinge sul pedale della spettacolarità conservando, in parte, la complessità della pagina scritta. Manipolazione della mente umana, paranoia, percezione distorta della realtà e false apparenze vivono in uno scenario futuristico che argina la sci-fi pura per ricreare un mondo parallelo, quello su Marte, che sembra una proiezione del degrado prossimo venturo a cui è condannata la Terra. Suggestivo il carosello tra il grottesco e il ripugnante di eccentrici mutanti dai tratti umani che popolano il pianeta rosso, esaltato dallo stile visionario ed eccessivo di Verhoeven, sempre pronto a flirtare con il kitsch. Un cult.

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3° posto: Fiore di carne

Con il secondo lungometraggio, Verhoeven centra una dei suoi più grandi successi di critica e pubblico, diventato un riferimento all’interno del cinema underground europeo. Storia di piatta convenzionalità riscattata da uno stile febbrile e viscerale che, sulla base di una fisicità tattile, mette in scena una realtà degradata fatta di ambienti sordidi e disadorni abitata da personaggi ai margini. Autentiche colonne portanti della vicenda (e di tutto il cinema dell’autore olandese), sesso e violenza si compenetrano per restituire un’idea di possesso animalesco e carnalità degenerata, pur rimanendo entro i limiti di una visione d’autore mai gratuita. Da riscoprire.

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2° posto: Il quarto uomo

Tratto dal romanzo omonimo (1981) dello scrittore omosessuale olandese Gerard Reve (1923-2006), la cui prosa erotica intrisa di ironia ed espliciti riferimenti al cattolicesimo destò scandalo, un delirante thriller che confonde cupa realtà e grandguignolesca fantasia per dipingere il ritratto di un uomo immerso in un incubo metafisico. Le ossessioni di Gerard, che sembra il prolungamento artistico del regista stesso, vivono in una dimensione sospesa tra vita e morte, raziocinio e religione, dominazione (femminile) e sottomissione (maschile), pulsioni (omo)erotiche e consapevole repressione. Procedendo per accumulo dal punto di vista visivo, tra barocchismo camp, surrealismo grottesco e simbolismo perverso, Verhoeven dà libero sfogo al proprio talento figurativo e riesce a far passare in secondo piano le ingenuità di una sceneggiatura (Gerard Soeteman) che spesso ha l’imperdonabile limite di rendere tutto troppo manifesto. Il miglior titolo della prima fase di carriera di Verhoeven.

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1° posto: Starship Troopers

Uno dei più intelligenti esempi di sci-fi pura degli anni ’90, la cui forza risiede nella riuscita fusione tra uno spettacolare apparato visivo e una puntuale profondità teorica che nobilita quello che, in mano a un buon mestierante hollywoodiano, sarebbe rimasto solo un blockbuster di puro intrattenimento. Sulla base di una forte componente autoironica e per nulla scontata, Verhoeven dissacra i regimi totalitari di matrice fascistoide mettendo in scena un futuro distopico governato da ottusi paramilitari (con tanto di adunate) e destruttura l’estetica dell’action proponendo un’ambientazione vagamente camp che agli scenari fantascientifici di sgargiante opulenza unisce l’immaginario dei telefilm americani del periodo, con colori saturi, vestiti vintage e ingenuità da serie TV proposti in chiave dissacratoria. Non a caso Casper Van Dien, statuario e bellissimo come un fotomodello, era un volto noto del telefilm Beverly Hills 90210 (1990-2000). Da non sottovalutare.
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Articolo di Redazione

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