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90esimi Academy Awards: il nostro commento alle nomination degli Oscar 2018
90esimi Academy Awards: il nostro commento alle nomination degli Oscar 2018
martedì 23 gennaio 2018 alle 20:54

Sono state delle nomination agli Oscar piuttosto condivisibili, quelle dei 90esimi Academy Awards, con parecchie scelte opportune e perfino entusiasmanti, a cominciare dal bottino notevole di Paul Thomas  Anderson e del suo Il filo nascosto, nominato per miglior film, regia, attore protagonista (sesta nomination per Daniel Day-Lewis, tre volte premio Oscar qui alla sua ultima interpretazione), attrice non protagonista, colonna sonora e costumi.

Non era scontato ed è il più grande segnale di apertura a un cinema fuori formato per esiti e per ambizioni, doveroso da segnalare pur in mezzo all’infornata di nomination, più prevedibili, per film tradizionalmente da Academy come il fiabesco The Shape of Water di Guillermo Del Toro (il più nominato, con 13 candidature) e il solido Tre manifesti a Ebbing, Missouri (7), che al momento appare il frontrunner come miglior film ma dovrà sicuramente guardarsi da Del Toro, fresco di Producers Guild Awards, pur avendo già largamente ipotecato almeno il premio alla sceneggiatura. Curiosa, in compenso, l’assenza di Martin McDonagh tra i registi.

Dunkirk (8 nomination) è il secondo film più nominato, ma è facile immaginare che Christopher Nolan, fatta eccezione per le potenziali briciole di qualche premio tecnico, rimarrà fuori dai premi che contano forse per il suo film migliore, il più serrato, rilevante e fieramente avanguardista. La ritrosia verso Nolan da parte degli Oscar sembra essere un dato già storicamente acquisito e dopotutto è altrettanto assodato che questi premi tendano sempre più a prediligere opere sintonizzate sull’attualità, anche a scapito della qualità generale (il rischio, ovviamente, è di perdere per strada lavori ben più epocali).

È il caso, quest’anno, di Lady Bird (5 nomination, ma L’ora più buia fa meglio con 6) e Scappa – Get Out, nominati per film, regia e non solo: pur non essendo opere paragonabili, tanto per fare un nome (non) a caso, alla statura, all’eleganza e alla sapienza di The Post di Steven Spielberg, escluso dalla cinquina della regia, si tratta di due prodotti declinati al presente assoluto: il film di Greta Gerwig, nello specifico, lavora su un’idea di femminilità riottosa e combattiva, carica di dolcezza non banale e di sfumature minuziosissime.

Molto più dunque di un classico Sundance movie, ma anche un film per forza di cose conciliatorio in una Hollywood post-Weinstein, mentre quella di Jordan Peele è una parabola horror di bruciante urgenza, che attraverso una serie di affilate e crudeli metafore sociali sul corpo nero e sull’identità black si configura inevitabilmente come il più brusco e lacerante congedo dall’era Obama. Impossibile, per gli Oscar, lasciarlo troppo indietro nella corsa.

Lecito gioire anche e soprattutto per Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino, giustamente considerato con 4 candidature (film, attore al bravissimo Timothée Chalamet, il più giovane nominato di sempre dal ’39, sceneggiatura non originale a James Ivory e canzone originale a Mystery of Love di Sufjan Stevens), anche se avrebbe addirittura meritato miglior sorte. Il regista italiano, grazie al suo film più abbagliante che finalmente ne capitalizza al meglio il talento e la sua sensualità dello sguardo dopo diversi film imperfetti e sbalestrati nella misura e nelle intenzioni, non ha molte chance di vittoria ma è una grandissima soddisfazione e un risultato meritatissimo.

Dispiace però per l’esclusione di Michael Stuhlbarg, sensazionale nei panni del padre del protagonista Elio nel film di Guadagnino, che probabilmente sarebbe stato degno della vittoria tout court, mentre gli è stato preferito Christopher Plummer (Tutti i soldi del mondo), che alla veneranda età di 88 anni diventa il più anziano attore a essere candidato all’Oscar dopo essere stato il più anziano a vincerlo per Beginners otto anni fa.

Immeritato sul piano artistico ma inevitabile su quello mediatico che non ci sia tra gli attori protagonisti James Franco, esaltante in The Disaster Artist, fatto fuori per lasciar spazio al solito Denzel Washington, ma almeno tra i film stranieri c’è il bellissimo Corpo e anima invece dell’inguardabile film di Fatih Akin, In the Fade, premiato ai Golden Globe: scelta inguardabile e demenziale che getta un’ombra sempre più lunga su quei premi.

Infine, non si può non gioire per quella piccola, miracolosa meraviglia di Visages, Villages di Agnès Varda, inserito in nomination tra i miglior documentari, mentre Blade Runner 2049  ha fatto il premio di nomination tecniche: Roger Deakins è arrivato alla 14esima (!) nomination e speriamo che stavolta finalmente ce la faccia. Tra i cinecomic c’è Logan come miglior sceneggiatura adattata (primo cinecomic a farcela nella categoria), mentre non la spunta Wonder Woman, nonostante gli incassi notevoli e l’ottimo gradimento critico negli Usa (sarebbe stata davvero troppa grazia, al di là del discorso politico sul femminile d’obbligo di questi tempi).

Articolo di Davide Stanzione