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Suburra - La serie: la recensione in anteprima delle prime due puntate viste a Venezia 74
Suburra - La serie: la recensione in anteprima delle prime due puntate viste a Venezia 74
sabato 16 settembre 2017 alle 18:23

Numero 8 (Alessandro Borghi), Spadino (Giacomo Ferrara) e Lele (Edoardo Valdamini) sono tre giovani criminali che scorrazzano per Roma e non potrebbero essere più diversi tra loro: il primo è un cafone dai modi rozzi che si dedica ad attività illecite insieme alla sua famiglia sul litorale di Ostia; il secondo uno “zingaro”, un rampollo della criminalità partenopea trapiantata a Roma; mentre il terzo è un ragazzo di bell’aspetto e dalla faccia pulita, figlio di un poliziotto integerrimo e iscritto all’università, che però nasconde un lato oscuro: spaccia droga e organizza festini privati con escort di lusso alla larga dagli occhi del padre e da qualsiasi sospetto. Ma il gioco, per lui, rischia seriamente di complicarsi…

Sono loro i nuovi, rampanti personaggi intorno ai quali ruotano le prime due puntate di Suburra – La serie, che abbiamo avuto modo di vedere alla scorsa Mostra del cinema di Venezia nella sezione del Cinema nel Giardino. Si tratta della prima serie tv italiana targata Netflix, un prodotto seriale dalla confezione ineccepibile e destinato al mercato internazionale. Ma anche di un vero e proprio ampliamento, nella sostanza, del microcosmo malavitoso già descritto nel film Suburra di Stefano Sollima, che non a caso ha lanciato il regista su larga scala consentendogli di dirigere il sequel di Sicario di Denis Villeneuve, Soldado.

Le premesse per aspettarsi qualcosa di importante c’erano dunque tutte, ma le prime due puntate viste al Lido, in attesa che i successi otto episodi sbarchino sulla piattaforma di streaming on demand a partire dal prossimo 6 Ottobre, lasciano spazio a più di un dubbio: lo scheletro del film di Sollima e il suo composito schema di personaggi (in molti, vedendolo, avevano affermato che avrebbe potuto essere un’ottima serie televisiva) ci è parso piuttosto snaturato da una scrittura non sempre a fuoco e quasi mai bilanciata nelle sue singole componenti, con qualche eccesso di troppo in sede di caratterizzazione dei personaggi e delle situazioni.

Sicuramente bisognerà concedere alla serie la giusta dose di respiro e di spazio per far sì che i nodi vengano al pettine, ma dai primi due segmenti della storia, diretti da Michele Placido (in attesa delle incursioni dietro la macchina di Andrea Molaioli e Giuseppe Capotondi, due registi che hanno già esplorato atmosfere noir), traspare una voglia di strafare che più che collegarsi a Suburra e fungere così da prequel per le vicende del film di Sollima tende più che altro ad assomigliare pericolosamente alla serie Gomorra, prodotto Sky di estremo successo ma che di sicuro non necessita di cloni o tentativi di riproposizione così sfacciati.

La Roma piovosa e cupissima del film, sicuramente estremizzata ma pur sempre efficace, oltre che gravida di un malaffare diffuso, non ritorna insomma con la stessa efficacia all’inizio della serie, che sbanda verso un affresco più ampio (il tentativo di ricatto sessuale ai danni di un alto prelato del Vaticano) ma anche assai più pretestuoso e irrisolto. Anche le new entry più riconoscibili non sembrano replicare la potenza degli interpreti del film originale, a partire da Claudia Gerini, non troppo in parte nel ruolo di una viscida donna che lavora come revisore dei conti per la Curia romana, e dal Samurai di Francesco Acquaroli, che rimpiazza Claudio Amendola nei panni dello spietato criminale ispirato al Massimo Carminati di Mafia Capitale senza però bissare la sottrazione stupefacente e la gelida misura dell’interpretazione del suo predecessore, scelta di casting all’epoca sorprendente e quasi geniale.

Alla fine della fiera, oltre alla sostanza della regia di Sollima e alla sua impietosa assenza di fronzoli, che faceva il paio con la mostruosità di una Roma sordida e primordiale, si rimpiange anche la scrittura di Rulli e Petraglia, artefici della sceneggiatura del film, abilissimi (d’altronde è il loro terreno di gioco privilegiato) nel gestire un materiale così gonfio e strutturato senza disperderlo in inutili e compiaciuti ammiccamenti e giochi di prestigio. Un confronto che dà da pensare e, nell’attesa e nella speranza che la serie guadagni una maggiore messa a fuoco nei prossimi episodi, l’ennesima conferma che muoversi da un universo chiuso e codificato come quello di un lungometraggio a un racconto seriale vero e proprio è passaggio assai delicato e scivoloso, da gestire con la massima accortezza.

Articolo di Redazione