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WORKSHOP SU DAVID LYNCH: I VOSTRI ELABORATI!
WORKSHOP SU DAVID LYNCH: I VOSTRI ELABORATI!
lunedì 15 aprile 2019 alle 18:47

Al termine del workshop dedicato a David Lynch, abbiamo chiesto ai partecipanti di scrivere un elaborato su un elemento emblematico del cinema di questo regista dallo stile innovativo e inconfondibile. Ecco i lavori che hanno meritato la pubblicazione!

 

Lucia Cirillo

Chi c’è alla guida del sogno?

 

“Io…Noi, ti stiamo chiedendo di avere una mentalità aperta”.

Quasi una dichiarazione d’intenti e forse un’esortazione dello stesso Lynch nei confronti di chiunque accetti la sfida di un’esperienza fortemente alienante, destabilizzante ma allo stesso tempo profondamente intima e individuale.

Per Mulholland Drive, audacia narrativa, fascinazione estetica, suggestioni oniriche, turbamento irrazionale, tensione paranoica sono solo alcune tra le espressioni-chiave di più immediata ispirazione. La storia, pur nella sua disarmante complessità, è di facile sintesi. Una donna che sogna di essere una promettente attrice, tenta di rivelare l’identità di una sconosciuta. Alla fine, troverà “soltanto” se stessa, i suoi sogni infranti e l’incapacità di accettare una realtà non filtrata dalla consolazione dell’immaginazione e del sogno. Sullo sfondo Hollywood, posticcia e spietata a fare da set per colpi di scena non subito chiari. Mentre il racconto si fa sempre più frammentato, ci si perde quasi subito tra numerose identità irrisolte e la sensazione costante che l’irrazionale governi e domini ogni cosa e che l’epica individuale sia il mero prodotto di un’eterna dialettica tra Caso e Necessità, in cui la volontà del singolo rappresenta solo un semplice innesco di quella lotta.

“Volevo proprio venire qui […]. Sono due sogni ma è come se ne fosse uno […]. Spero di non dover mai vedere quella faccia quando sono al di fuori del mio sogno”. Il sogno racchiude ciò desideriamo davvero assieme a quello che temiamo di più. Uscirne vuol dire esporsi al pericolo.

“L’atteggiamento di un uomo va di pari passo con quella che sarà la sua vita […] Io voglio che lei pensi e che smetta di fare il furbetto con me”. Il Caso (o la Necessità?) si diverte a stuzzicare il regista facendogli credere di avere dei margini di manovra che, di fatto, non gli sono concessi.

Il regista: “Non voglio che recitiate. Aspettate di diventare veri”. Ma l’attore: “Ma recitare è reagire”. La scena del provino pare assecondare ogni cosa e mettere d’accordo tutti, ma appena fuori dal set, uno dei consulenti del regista osserva che per l’attore il copione non è più adatto.

“È lei la ragazza” …” È una scelta eccellente, Adam”. Ma sappiamo non essere stata affatto una sua scelta.

“È tutto registrato […] È solo un’illusione” […]

“Silenzio”.
La comprensione e l’essenza delle cose non sono traducibili in parole. Neppure il cinema lo pretende (si potrebbe qui azzardare un’ardita similitudine col “silenzio” pronunciato da Fritz Lang ne Il disprezzo). Il cinema si limita, appunto, a registrare illusioni.

Come si fa a parlare del cinema di Lynch senza rischiare di cannibalizzare le migliori intuizioni già al servizio delle analisi e interpretazioni più riuscite? Da dove partire per tradurre le suggestioni, la fascinazione, il turbamento, l’indecifrabile generati da tutto il “non-detto” dei suoi film? È stato osservato che i film di Lynch non vanno visti ma “usati” (Canova), quasi a definirli un’occasione esplorativa “multisensoriale”. Può allora valere anche vedere il film più e più volte per poi scoprire che in ciascuna di esse ci si troverà al cospetto di qualcosa di nuovo accompagnato da un paradosso: man mano che la trama diviene meglio comprensibile e lo snodo narrativo ritrova una sua, seppur surreale, coerenza, si viene inghiottiti in un gorgo di oscurità e irrazionalità fatta di incubi, traumi irrisolti, senso di annientamento e di impotenza verso una realtà solo fintamente rassicurante. Si potrebbe ragionevolmente affermare che tutti i film di Lynch richiedano una specie di necessaria premessa di metodo: quella di essere visti, e vissuti, più e più volte. Provare per credere. E riprovare per ricredersi.

Lynch non è un regista militante. È approdato al cinema senza prima essere stato un cinefilo. La sua “urgenza narrativa” ha origini e motivazioni estetiche e filosofiche che partono da tutt’altro, in primis il suo interesse per la pratica trascendentale. Eppure, alcune questioni cruciali del contemporaneo, come ad esempio proprio quella dell’identità (il vero grande tema della modernità) o – fa impressione osservarlo proprio all’indomani della prima foto di un buco nero – l’idea che l’alterazione spazio-temporale sia la variabile endogena cruciale di un paradigma universale, fanno del suo cinema uno strumento efficacissimo anche per una chiave di lettura tutta “immanente” della società. Ma forse questo è solo un Caso.
O una Necessità

 

Claudia Quercia

Alla ricerca della chiave blu

 

Cortocircuiti, luci rosse e blu, varchi e tendaggi, pavimenti bianconeri zigzagati, personaggi che, operando da dimensioni lontane, influenzano in modo determinante il percorso dei protagonisti.

I piani interpretativi si sprecano, stratificandosi come i lungometraggi di David Lynch in cui ritroviamo questi ed ulteriori elementi ricorrenti.

La ricerca di una chimerica chiave, magari di colore blu, in grado di ottenere l’accesso a tutte le possibili spiegazioni, ha ossessionato critici ed analisti provenienti da ogni angolo del globo.

Durante un’intervista rilasciata anni fa a Fabio Fazio, David Lynch parlò diffusamente e con evidente trasporto di fisica quantistica. Senza eccedere nelle spiegazioni scientifiche, è interessante osservare diversi plausibili parallelismi tra ciò che la fisica quantistica teorizza ed alcuni simbolismi ricorsivi in parte delle opere di David Lynch.

Scariche elettriche La fisica quantistica, capace di spiegare gli accadimenti a livello subatomico, nacque nel 1802, quando il medico inglese Thomas Young scoprì un nuovo fenomeno ottico, l’interferenza della luce. I fotoni, sparati attraverso una doppia fenditura, incontrano un prisma che divide ciascun fotone in una coppia connessa. Una delle coppie viene inviata lungo un percorso e l’altra in un altro. La luce riflessa dal prisma ha come opposti i colori rosso e blu.

Nei film di David Lynch le scariche elettriche compaiono solitamente ad un bivio in cui la storia prende direzioni diverse. Rosso e blu imperano.

Pavimento zigzagato Facendo riferimento allo stesso esperimento sopracitato, è interessante notare come il pavimento a zig-zag sia composto da linee che procedono spezzandosi verso direzioni opposte e divergenti. Per il colore bianco e nero si veda alla successiva voce ‘Il doppio’.

Il doppio In alcuni film di Lynch i protagonisti hanno, su due piani differenti, caratteristiche tra loro opposte.

Fred Madison e Pete Dayton, in Strade Perdute, sono rispettivamente un uomo con problemi di impotenza ed un amante eccezionale, un jazzista ed un meccanico che non sopporta la musica jazz.

In Mulholland Drive, Betty e Diane sono rispettivamente un’attrice talentuosa ed una comparsa fallita.

L’interpretazione maggiormente condivisa è quella relativa al concetto del Doppelgänger, collegato al freudiano Das Unheimliche, “il perturbante“, oppure al disturbo narcisistico di personalità. Qui evidenziamo come, secondo la fisica quantistica, per ogni particella ci dev’essere un’antiparticella che ha le stesse proprietà chiave invertite.

Demiurghi Ci sono forze oscure di ordine superiore che influenzano ciò che avviene a livello inferiore.

In Mulholland Drive abbiamo il produttore nano che ordina di dire: “È lei la ragazza”, frase pronunciata da Diane quando dà ordine al killer di uccidere Camilla.

In Strade Perdute il Mistery Man aiuta Fred Madison a portare a termine le sue malefatte.

L’interpretazione più naturale ed immediata è che sia la rappresentazione della rabbia inconscia dei due protagonisti che, ingovernabile, incide in modo decisivo sul loro comportamento conscio.

In fisica quantistica potremmo paragonare questo fenomeno al principio di indeterminazione: nel microscopico – subatomico alcuni fenomeni preventivamente inconoscibili influenzano in modo determinante il corso degli accadimenti.

Tende e pertugi Sono senz’altro la raffigurazione di punti di passaggio. Tra conscio e inconscio. Tra sogno e realtà. Oppure tra dimensioni parallele (teoria quantistica del multiverso).

Il tempo è un’illusione Un altro elemento che merita di essere approfondito è relativo a Julian Barbour, ricercatore nel campo della gravità quantistica ed autore del saggio “La fine del tempo”.

Il saggio risale al 1999, mentre Strade Perdute al 1997, eppure c’è un dettaglio in questo film che fa supporre che Barbour abbia rilasciato precedentemente interviste che devono aver colpito l’immaginario di Lynch.

Barbour percepisce ogni singolo attimo come entità a sé e chiama questi momenti gli ‘Adesso’. Paragona questi Adesso a pagine strappate da un libro e gettate sul pavimento. Non ha importanza che vengano riordinate, perché ognuna si manterrà comunque completa ed indipendente. Ogni pezzo di carta esiste separatamente dal tempo.

In Strade Perdute, nel soggiorno di Fred e Renée, possiamo osservare, in un quadro appeso alla parete, una donna preoccupata mentre legge uno scritto. Nel dipinto accanto al primo, invece, è possibile notare il corpo di una donna fatto a pezzi insieme a frammenti dello scritto di cui sopra cosparsi sul pavimento.

La canzone ‘Song to the Siren’ dei This Mortal Coil ci ripete più volte “here I am”. Sono qui. Sono qui, Adesso.

Che poi è il tema centrale di Strade Perdute. Un racconto circolare, un nastro di Möbius in cui il tempo non nasce e non muore, ma semplicemente esiste. E porta, in qualsiasi caso, all’ineluttabile finale.

Anche il presentatore del club Silencio in Mulholland Drive sembra essere affezionato a questa idea: “No hay banda, no hay orquesta. Tutto è registrato, tutto è un’illusione”, recita a voce alta. L’illusione può senz’altro essere il sogno di Diane, ma perché ‘tutto è registrato’? Perché l’illusione, forse, è quella di poter modificare il corso degli eventi, spesso governati da forze oscure su cui non abbiamo controllo.

La fisica quantistica, quindi, fornisce un piano interpretativo addizionale ad alcune opere lynchiane.

“Ognuno ci veda ciò che preferisce” suggerisce lo stesso Lynch.

Che la chimerica chiave non sia quella in grado di aprire la scatola blu di Mulholland Drive? Che il magico scrigno, contenente tutte le interpretazioni possibili, non sia lo stesso del gatto di Schrödinger in cui il micino può essere contemporaneamente vivo o morto a seconda che l’osservatore vi guardi dentro o meno?

Per la fisica quantistica la realtà non esiste finché non la si misura, finché non la si osserva. E ad ogni atto di osservazione corrisponde una nuova realtà.

Non si sta prendendo gioco di noi, David Lynch. Lo spettatore, ad ogni visione, ha il potere di creare un nuovo, unico, ed irripetibile film.

Articolo di Redazione