La locandina del film "Alì ha gli occhi azzurri"

Nader (Nader Sarhan), egiziano nato a Roma, è in perenne bilico tra due culture. Ribelle in lotta contro i valori della propria famiglia, viene buttato fuori di casa: dovrà sopportare la solitudine, la strada e la fuga, in un percorso di formazione che lo condurrà a scoprire la sua vera identità da immigrato di seconda generazione.

Nel 2009 il regista Claudio Giovannesi esordisce al Festival di Roma con un documentario, Fratelli d'Italia, in cui riprende tre ragazzi stranieri alle prese con difficoltà legate al tema dell'integrazione. In Alì ha gli occhi azzurri, lungometraggio successivo, il regista sceglie Nader, uno dei tre protagonisti, e lo dirige in un lavoro di fiction, staccandosi dal piano del documentario ma conservandone alcuni tratti stilistici. Anche qui si punta sul pedinamento ravvicinato dei personaggi, su un montaggio rapido e su una fotografia (Daniele Ciprì) dal taglio totalmente realistico. Ambizioni alte (il conflitto ideale tra Islam e Occidente) nel percorso di negazione di Nader che rifiuta i cliché culturali, ma è proprio l'eccessiva stereotipizzazione di caratteri e situazioni a minare il film alla base, oltre allo sfoggio di una tecnica non certo cristallina. In ogni caso, la rappresentazione degli ambienti come sorta di "non luoghi" e il tratteggio di un conflitto irrisolto che si trasforma in una moderna favola metropolitana colpiscono, almeno a tratti, nel segno. Scritto da Giovannesi con Filippo Gravino e Francesco Apice.

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