La locandina del film "Alien: Covenant"

Dieci anni dopo gli eventi che sconvolsero la nave scientifica Prometheus, l’androide Walter (Michael Fassbender) è da solo sull’astronave Covenant, in viaggio verso il lontano pianeta Origae-6, dove i coloni intendono stabilire un nuovo avamposto per ospitare una rinascita della razza umana. A bordo insieme a Walter galleggiano 2000 persone addormentate artificialmente in un profondo iper-sonno di natura criogenica…

Ridley Scott riprende ancora una volta in mano le vicende del letale xenomorfo partorito sul finire degli anni settanta dall’estro nerissimo e dalla fantasia macabra di Carlo Rambaldi e di H.R. Giger, realizzando, con Alien: Covenant, il sequel di Prometheus (2012), già di suo anticipatore degli eventi narrati nel capostipite del 1979. L’ulteriore ampliamento dell’universo narrativo e dell’immaginario di una saga che ha cambiato il volto del cinema degli ultimi decenni non produce però alcun effetto significativo e l’originalità dell’insieme è prossima alla zero: fin dal prologo, Scott ricorre a un registro cupo e insolitamente alto, in cui le strizzate d’occhio al David di Donatello (David era il Fassbender di Prometheus, con l’attore che qui veste anche i panni dell’androide Walter), alla Natività di Piero della Francesca e perfino a Star Wars si fondono in un proemio estetizzante, glaciale e asettico, carico di ambizione ma anche posto sul baratro dello sfasamento di registro e del ridicolo involontario. Il tema del doppio, esplicitato dal ruolo multiplo di Fassbender nei panni dell’ultimo sopravvissuto della precedente spedizione e del traghettatore di una nuova speranza vitale, è anch’esso risolto e sviluppato in maniera confusa e grossolana: l’inutile appendice shakespeariana di uno sconnesso e spettrale b-movie truccato da blockbuster, che fallisce quando tenta strade inopportunamente auliche (Alien: Paradise Lost, per scomodare John Milton, era stato uno dei titoli di lavorazione) e tenta di riflettere sul tema della creazione e dei massimi sistemi, franando su se stesso e sulle proprie pasticciate velleità. Un prolungamento della saga che ha il sapore del pilota automatico, sfiatato e incolore, del quale non si sentiva alcun bisogno e in cui tutto somiglia, per l’appunto, a una “mesta necropoli”. Anche la dimensione splatter e sanguinolenta, piuttosto calcata, non va oltre il body counting e le idiosincrasie attraverso cui Scott tenta di umanizzare a tutti i costi i propri alieni trovano poca consistenza per via di personaggi abbozzati e incolori, sacrificati dal disegno complessivo. Disarmanti la scena con Walter e David, che qui torna a mo’ di cavaliere Jedi in versione Robinson Crusoe, alle prese con la diteggiatura del flauto e la sequenza dell’irruzione dello xenomorfo in una doccia ad alto tasso erotico. Katherine Waterston nei panni dell’esperta di terraformazione Daniels è azzeccata e volenterosa, ma replicare il carisma di Sigourney Weaver è impresa persa in partenza. John Logan e Dante Harper sostituiscono il Damon Lindelof di Prometehus alla sceneggiatura, senza sussulti. Finale sulle note de L’ingresso degli dei nel Valhalla di Richard Wagner, a proposito di manie di grandezza fuori misura.

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