La locandina del film "Atomica bionda"

Lorraine Broughton (Charlize Theron) è una super spia che lavora, in assoluta segretezza, per l’MI6 e si ritrova a entrare in azione dopo la morte di un agente sotto copertura. Nella Berlino del 1989, ormai prossima al crollo del muro, i suoi movimenti e le sue alleanze porteranno a un punto di massima tensione gli equilibri internazionali.

David Leitch, già regista (non accreditato) di John Wick (2014), firma un action movie dal taglio pulp che salta all’occhio fin da subito per la notevole dose di sapienza estetica e per la confezione degna di nota, che intende creare, fin dai titoli di testa, un’evidente correlazione tra il glaciale erotismo della serafica e spietata killer interpretata da Charlize Theron e il suo armamentario sonoro e visivo. La Berlino del 1989, pur in una cornice estremamente patinata e di maniera, è carica di elementi evocativi che ne evidenziano il maledettismo e la cupezza dell’epoca e tutto, dal décor dell’operazione ai colori scelti, confluiscono in una plasticità di discreto impatto. La Theron appare perfetta per il ruolo: non solo per l’immobilismo carico di senso della sua recitazione catatonica e per il fascino algido e impassibile che emana in ogni sequenza, ma anche per la sua adesione fisica, frutto di un dimagrimento e di un allenamento per ispessire il corpo di muscoli, alle scene di scazzottate e coltellate. Tutte oltretutto perfettamente coreografate da una regia dinamica, che si concede anche il lusso di un piano sequenza avvitato su se stesso alla Alfonso Cuarón de I figli degli uomini (2006), spostando un po’ più in là l’asticella del blockbuster contemporaneo. Il film di Leitch è però minato da una certa ridondanza di fondo, sia tematica che narrativa: l’intreccio spionistico alla John Le Carré è pasticciato, ripetitivo e tutt’altro che originale nei suoi capovolgimenti di fronte e Atomica bionda, nel corso delle sue quasi due ore di durata, dà la sensazione di arrivare spompo e scarico al risultato finale, rimanendo ancorato a un manierismo un po’ estenuante e logoro, che non va oltre gli ammiccamenti della propria lussuosa superficie. C’è anche una scena con protagonista Stalker (1979) di Andrej Tarkovskij, giusto per rendere la misura dell’esubero. Fascinoso, seducente e molto curato nel mix di colonna sonora (Depeche Mode, David Bowie, New Order, The Clash e George Michael, tra gli altri) e immagini elettriche e al neon, funziona più come blockbuster d’azione che come storia di spie, più come celebrazione sadomasochista della Theron come somma icona action che come intrigo internazionale, dal quale prende infatti le distanze in forma di fumetto. Con un James McAvoy ancora una volta sopra le righe e le divertite presenze di John Goodman e Toby Jones.

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Dal 17 agosto 2017

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