La locandina del film "Il bene mio"

A Provvidenza non c’è più nessuno, un terremoto ha provveduto a svuotarla. Maria, la maestra locale, ha perso la vita, sepolta sotto le macerie insieme ai suoi alunni. L’unico a voler rimanere ancorato al passato della sua terra è Elia (Sergio Rubini), marito di Maria, che non riesce ad abbandonare il ricordo della moglie defunta e dell’integrità che fu.

Il ritorno alla fiction del regista Pippo Mezzapesa è un’intensa parabola popolare che riflette sul concetto di memoria e sulla necessità, morale, etica e interiore ancor prima che materiale, di una ricostruzione successiva a una catastrofe (tema più che mai attuale, nell’Italia dei sismi e dei ponti che crollano, disattenta e approssimativa, sotto il profilo non solo politico, degli ultimi anni). Un film che si merita davvero, in virtù del suo respiro cadenzato e riflessivo e della sua limpidezza, l’abusatissimo aggettivo “necessario”, specialmente per l’abilità di creare una narrazione in cui la retorica è assente e la polarità tra buoni e cattivi non si riduce mai alle solite, mere scorciatoie retoriche a buon mercato di tanto nostro cinema borghese (anche il finale, esplicitamente simbolico, non è certo a tesi, e oltre alle lacrime accoglie anche le sfumature). Ancorato al ricordo vitale ma anche logorante delle piccole, grandi cose perdute e degli affetti sfioriti e recisi (uno dei tanti aspetti profondi e ambigui del film), Il bene mio non è esente da qualche passaggio narrativo più prevedibile e telefonato, risaputo e meccanico e da alcune coloriture macchiettistiche nei personaggi di contorno, ma colpisce nel segno anche grazie alla strepitosa prova di un bravissimo Sergio Rubini, alla sua migliore interpretazione da molto tempo a questa parte. Il titolo, nella sua semplicità popolare e colloquiale, rispecchia a meraviglia la natura profonda dell’operazione, illuminata da un neo-verismo di matrice verghiana (il nome del paese pugliese immaginario in cui è ambientato il film, Provvidenza, non è affatto casuale, se si pensa ai Malavoglia dello scrittore siciliano, per non parlare del personaggio di Abbrescia che di nome fa Gesualdo). In definitiva un film struggente ma non per questo lacrimoso, dalle radici profonde, nevrotico e disilluso ma anche capace di ipotizzare uno spiraglio oltre gli ostacoli. Logorato, sì, ma anche pieno di speranza e soprattutto mai pontificante proprio come Elia: un personaggio dal quale, per spessore e tridimensionalità, il cinema italiano contemporaneo (inclusi i suoi autori più navigati) ha davvero molto da imparare.

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Dal 4 ottobre 2018

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