La locandina del film "C'è tempo"

Stefano (Stefano Fresi), quarantenne precario e immaturo, vive in un paesino di montagna e fa un lavoro bizzarro: l'osservatore di arcobaleni. Alla morte del padre, scopre di avere un fratellastro tredicenne, Giovanni (Giovanni Fuoco). Senza alcuna intenzione di prendersene cura, Stefano parte per Roma e ne accetta la tutela solo per ricevere in cambio un generoso lascito. Profondamente diversi, i due intraprendono un viaggio in macchina che, fra diffidenze iniziali e improvvise complicità, si colora a ogni tappa: in particolare, l’incontro con la cantante Simona (Simona Molinari), in tour con sua figlia (Francesca Zezza), sarà la svolta nel rapporto tra Stefano e Giovanni, che scopriranno quanto essere fratelli possa essere sorprendente...

Dopo i documentari I bambini sanno (2015) e Indizi di felicità (2017), l’ex politico, sindaco di Roma e segretario del PD Walter Veltroni si cimenta con la sua opera prima nel cinema di finzione, incredibilmente ingolfata da un tocco smielato che non conosce pudore e approda a un’inverosimile indigestione di buonismo. Il legame tra i due fratelli protagonisti, dei quali il più piccolo sembra molto più grande dell’età che ha e il più grande è esattamente all’opposto, è lo spunto per un’innocua storiella edificante, la cui resa cinematografica, nonostante l’evidente sincerità di fondo, fa acqua da tutte le parti: non c’è infatti alcuna progressione nel loro rapporto e le tenerezze sopraggiungono immediatamente, senza un’evoluzione di sceneggiatura a giustificarle. Il regista sembra interessato a proiettare nel piccolo Giovanni il proprio mondo autobiografico (come Veltroni è tifoso della Juventus e ama alla follia il cinema d’autore), ma risulta davvero impossibile credere a un tredicenne che ha paura dei social e idolatra I quattrocento colpi (1959) di Truffaut o La prima notte di quiete (1972) di Zurlini. Per non parlare del flusso ininterrotto di riferimenti, molti dei quali diegetici e interni alle singole scene attraverso schermi o televisioni, al cinema italiano più nobile: un citazionismo da tappezzeria di un infantilismo (lui sì) davvero sconcertante, che scomoda nella maniera più retorica possibile Scola e Mastroianni, Novecento di Bertolucci e un posticcio pellegrinaggio nel cinema riminese Fulgor, amato da Fellini, per poi virare addirittura sul labirinto di Harry Potter e il calice di fuoco (2005). In colonna sonora Stella Stai di Umberto Tozzi, un brano de Lo Stato Sociale scritto appositamente per il film, Sempre lo stesso, sempre diverso, e l’inedito di Lucio Dalla Almeno pensami, da lui stesso cantato. Il titolo s’ispira a un celebre brano di Ivano Fossati, altro totem di Veltroni. Cameo, decisamente tutto da scoprire, di Jean-Pierre Léaud.

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