La locandina del film "Creed II"

La vita è diventata una questione di equilibrio per Adonis Creed (Michael B. Jordan). Diviso tra i doveri personali, l’amore per la fidanzata Bianca (Tessa Thompson) e gli allenamenti, il pugile si trova a fare i conti con la sfida più grande della sua esistenza: incontrare un avversario legato profondamente al passato della sua famiglia. Al suo fianco Rocky Balboa (Sylvester Stallone), che lo aiuterà a capire per che cosa valga davvero la pena combattere.

Creed II, realizzato e ambientato tre anni dopo gli eventi di Creed - Nato per combattere (2015), porta avanti le vicende di Adonis Creed in scia al film precedente diretto da Ryan Coogler, che rimane a bordo del progetto come produttore esecutivo e passa il testimone della regia a Steven Caple jr. Il grande ritorno di questo secondo capitolo dello spin-off della saga di Rocky, ottavo film complessivo della serie, è però quello di Dolph Lundgren nei panni di Ivan Drago, il pugile russo che in Rocky IV (1985) uccise sul ring Apollo Creed. Se Creed - Nato per combattere era un sostanziale remake del primissimo Rocky (1976), Creed II guarda esplicitamente proprio a Rocky IV, ricollegandosi agli strascichi di quella storia e puntando tutto sulla voglia di rivalsa della famiglia Drago e sulla minaccia rappresentata, per il giovane Adonis, dal massiccio e temibile peso massimo Viktor, famelico figlio di Ivan assetato di gloria e di rivalsa. Il risultato è un prodotto coinvolgente e ritmato, con una regia pulsante e di buon impatto, ma nuovamente ripiegata, in maniera troppo calcolata e millimetrica, sui modelli narrativi precedentemente acquisiti, con ovvie e abbondanti strizzate d’occhio nostalgiche al passato. Il round finale, ad ogni modo, è montato con grande forza ed è uno dei migliori in assoluto di tutta la serie. Sylvester Stallone si ritaglia anche in questo caso il ruolo del mentore bonario e defilato ma, a differenza del primo Creed, porta il suo contributo anche in qualità di sceneggiatore e amplifica il romanticismo coriaceo e commosso del suo Rocky Balboa, superstite duro a morire e mentore dispensatore di consigli, di lavoro e di vita, per il meno saggio e più impulsivo Adonis, che continua tuttavia a essere un personaggio troppo rigido e mono-dimensionale per appassionare fino in fondo. Alcune forzature più vistose (gli addestramenti nel deserto, gli ulteriori ritorni dal passato) fanno il paio con un evocativo finale, sentito e crepuscolare, e con la capacità dello script di insistere sul taglio generazionale dell’operazione, parlando della distanza tra i padri di ieri e i figli di oggi con un gioco di ombre e rimpianti evidentemente shakespeariano.

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