La locandina del film "Cuori puri"

Agnese (Selene Caramazza) e Stefano (Simone Liberati) sono due opposti: lei ha da poco compiuto diciott’anni, vive con una madre amorevole che tuttavia le impartisce una rigida educazione religiosa (Barboura Bobulova) ed è in procinto di fare voto di castità fino al matrimonio; lui, venticinque anni, deve convivere con una famiglia prossima allo sfratto e col lavoro durissimo e pericoloso di custode di un parcheggio confinante con un campo rom.

Sorprendente esordio del fotografo e video-artist Roberto De Paolis, forte di una formazione eclettica nel mondo del cinema, del giornalismo, delle gallerie d’arte. In una Roma periferica e marginale (il quartiere prescelto è quello di Tor Sapienza), il regista incastona la love story impossibile di due solitudini che si sfiorano e s’innamorano contro tutto e tutti: Agnese e Stefano sono vettori di una purezza costretti a fare i conti con le scorie della realtà prosaica che li circonda, cuori puri che si scoprono per forza di cose impuri, umanissimi e difettosi nel momento in cui si toccano l’uno con l’altro e decidono di credere, nonostante tutto, in un amore più che mai incerto. Le creature caduche e vitali di De Paolis, che beneficiano delle speculari interpretazioni dei rispettivi interpreti, fanno dialogare il mondo dell’oltranzismo religioso e della tolleranza verso il prossimo a ogni costo ma solo sulla carta, incarnata da Agnese, con l’intolleranza razziale irruente e scomposta di Stefano, che si specchia in un campo rom posto accanto al parcheggio dove lavora a mo’ di riserva indiana. Questi due universi, all’apparenza così lontani e in contrasto tra di loro, rimbalzano l’uno contro l’altro, merito anche di una macchina da presa che non si pone mai al di sopra dei personaggi che racconta (a differenza del recente La ragazza del mondo del 2016 di Marco Danieli, su tematiche analoghe), di una ricerca documentaristica sul campo molto lunga e approfondita (la lavorazione del film è durata complessivamente quattro anni) e di alcune miscele spesso esplosive di persone e personaggi. Peccato per qualche nodo di scrittura irrisolto e per un finale non impeccabile, con qualche scivolone nel sensazionalismo, che comunque non minano un approccio stilistico controllato, maturo e consapevole. In concorso alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes 2017. Stefano Fresi è Don Luca, irresistibile e umanissimo prete filosofo.

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