La locandina del film "Detroit"

Detroit, estate del 1967. Nella città del Michigan si scatena una guerriglia urbana che si protrae dal 23 al 27 luglio lasciandosi dietro una scia furibonda di morti e feriti, di violenza e scontri. Il motivo scatenante fu l’intervento della polizia in un bar privo di licenza e alla fine il bilancio fu di 43 morti, 1.189 feriti, più di 7.200 arresti e oltre 2.000 edifici distrutti.

La sommossa di Detroit del 1967, conosciuta anche come rivolta della 12th Street, viene raccontata dalla regista statunitense Kathryn Bigelow in un dramma ad alto tasso di pathos, che poggia su una messa in scena di sconcertante impatto. A partire da una sceneggiatura di Mark Boal, alla terza collaborazione con la Bigelow dopo The Hurt Locker (2008) e Zero Dark Thirty (2012), e nel cinquantesimo anniversario dell’evento, il film racconta una delle pagine più cruente di tutta la storia americana concentrandosi nello specifico su ciò che accadde all’Algiers Motel, dove tre afroamericani furono uccisi e altri sette, più due donne bianche, furono massacrati da alcuni agenti di polizia che li presero di mira e li pestarono a sangue, venendo in seguito scagionati. Quello della Bigelow è un lavoro febbrile e durissimo, girato con sensazionale perizia quando scende sul terreno degli scontri, ricostruiti con efficace ma anche livida spettacolarità, ma che non manca, allo stesso tempo, di sviscerare le radici storiche e culturali della violenza razziale che racconta. Il nervosismo palpitante delle immagini della regista lavora infatti sul crinale della Storia quasi a creare un ponte solidissimo con un presente americano in cui la prevaricazione sul corpo e sull’identità nera si è se possibile radicalizzata, consolidata, moltiplicata, divenendo strumento sempre più politico di sopraffazione culturale e sociale (il più importante punto di riferimento letterario di oggi, a questo proposito, è il bellissimo Tra me e il mondo di Ta Nehisi-Coates, da recuperare di pari passo al film). Se la prima parte di Detroit è di buon impatto e il finale tira le somme sullo strascico della vicenda anche in sede giudiziaria, con qualche lievissima e perdonabile ricaduta retorica, è il blocco centrale del film a lasciare ammirati e attoniti per la forza espressa e per la modalità di rappresentazione: Bigelow, inoltrandosi nel Motel degli orrori, crea infatti un’incredibile e serratissima macrosequenza dalla durata sterminata che tiene lo spettatore appeso per le viscere, con gli occhi ancorati allo schermo e il cuore in subbuglio (il volto impietrito del personaggio di John Boyega, incredulo poliziotto di colore, è ad alto tasso di immedesimazione). Il potenziale emotivo della scena è esponenziale ma la Bigelow riesce a gestire il tutto con ammirevole coerenza di tono, con stile crudo e aggressivo, ma mai gratuitamente e biecamente sensazionalistico, capace di giostrare angosciosamente volti e dettagli nella maniera migliore all’interno di una sessione di tortura dai ritmi quasi tribali (meraviglioso il ricorso al gospel). Nessuno, tuttavia, muore mai in campo e il gioco di apparenze cui ricorre il poliziotto più spietato si fa strumento per riflettere sul cinema come mezzo di riproduzione e rappresentazione. Della realtà, e della violenza.

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Dal 23 novembre 2017

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