La locandina del film "Gemma Bovery"

Martin (Fabrice Luchini), un ex parigino che ora vive in provincia, ha un'esistenza piuttosto monotona. Tra le poche passioni ancora rimastegli, una delle più forti è per la letteratura e, in particolare, per Flaubert. Quando una coppia di giovani sposini inglesi si trasferisce vicino a lui, Martin rimarrà immediatamente colpito dal loro cognome: Bovery.

Da una sceneggiatura scritta insieme a Pascal Bonitzer, Anne Fontaine ha tratto una pellicola debole e pretenziosa, totalmente incentrata sul sottile confine che lega la realtà e la finzione. Martin rivolgerà i suoi interessi alla parte femminile della coppia, Gemma, capace di rappresentare al meglio le caratteristiche dell'eroina di Flaubert. L'uomo la spingerà a compiere determinate azioni per poter mettere in scena le (medesime) dinamiche narrative del capolavoro del suo idolo letterario. Il gioco può colpire, ma ha il fiato corto e la maniera è sempre dietro l'angolo: la regista non riesce a regalare alcun colpo di scena e il copione si fa presto risaputo e ben poco interessante. Il risultato è così un banale esercizio di stile, piuttosto vuoto, tedioso e incapace di appassionare. Fabrice Luchini sembra crederci poco, mentre Gemma Arterton mette a disposizione il suo fascino, ma non basta.

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