La locandina del film "Grâce à Dieu"

Il quarantenne Alexandre (Melvil Poupaud), cattolico praticante con moglie e cinque figli, dopo anni di silenzio sente il bisogno di denunciare le molestie sessuali, subite da ragazzino, dal prete della diocesi di Lione Bernard Preynat (Bernard Verley), ancora in attività. Il suo senso di giustizia e la sua forza di volontà spingono anche altre vittime di abusi a uscire allo scoperto. Fondamentali, per far emergere le responsabilità all'interno del mondo ecclesiastico, saranno le testimonianze di François (Denis Ménochet) ed Emmanuel (Swann Arlaud).

Basandosi sui fatti reali che hanno coinvolto padre Preynat, accusato da più di settanta vittime di violenze sessuali perpetrate tra gli anni '80 e '90, François Ozon ha scritto e diretto una lucida cronaca degli avvenimenti che hanno portato all'attenzione pubblica uno dei casi più scioccanti di pedofilia radicata all'interno della Chiesa cattolica. Quella messa in scena è una diligente ricostruzione che rifiuta qualsiasi forma di eccesso e di tono scandalistico, sia in termini stilistici, sia in termini di sceneggiatura. Una scelta in linea con la poetica composta e mai urlata del proprio autore, che, svolgendo per certi versi un compito di inchiesta fin troppo standardizzato, riesce comunque a toccare corde profonde senza incorrere mai nelle secche del semplice (se non addirittura semplicistico) pamphlet di denuncia. La ricostruzione dei tragici eventi passa attraverso le intime fragilità di tre protagonisti molto diversi tra loro, ciascuno dei quali è influenzato nell'agire da variabili comuni, declinate però in maniera differente: attraverso significativi dettagli e dialoghi ben calibrati, Ozon riesce a rendere l'idea di come estrazione sociale e fede riposta in Dio siano inversamente proporzionali alla determinazione con cui Alexandre, François ed Emmanuel vogliono far luce sul caso. La messa in scena del senso di appartenenza e della volontà di rompere un insormontabile muro di omertà è la base su cui Ozon costruisce un film che procede con coerente fermezza dal primo all'ultimo minuto, senza rischiare nulla ma, soprattutto, senza mai perdere rigore o credibilità. Un po' prolisso nello sviluppo narrativo, ma efficace nel mettere in luce una realtà scomoda e, per certi versi, tragicamente sminuita. Buona prova di Melvil Poupaud, che aveva già lavorato con Ozon in Le temps qui reste (2005) e Il rifugio (2009). Presentato in concorso al Festival di Berlino, dove ha ottenuto il Gran Premio della Giuria.

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