La locandina del film "Joan of Arc"

Francia, 1429. Mentre infuria la Guerra dei Cento Anni, Giovanna (Lise Leplat Prudhomme) libera la città d’Orléans e cerca di ripetere l’azione con Parigi, ma viene sconfitta e imprigionata dagli inglesi. Per lei si spalancano così le porte del processo a Rouen, dove Giovanna rifiuta di accettare le accuse di stregoneria che pendono sul suo capo e viene pertanto condannata al rogo come eretica.

Il regista francese Bruno Dumont, dopo Jeannette: The Childhood of Joan of Arc (2017), continua la sua esplorazione della celebre figura transalpina dedicandole un altro film, più lungo e ambizioso del precedente, nel quale la pulzella d’Orléans ha ancora il volto della medesima, giovanissima attrice nonostante il tempo che è passato. Una scelta di campo molto forte che contribuisce a riproporre Giovanna in quanto forza infantile violenta e riottosa, in grado di scardinare il flusso della Storia del proprio tempo e di sovvertire ogni canone di prevedibilità. Rispetto all’operazione di due anni prima Dumont, che s’ispira all’opera letteraria di Charles Péguy, estingue in parte la dimensione da musical slabbrato e da trip hard rock che caratterizzava il suo esperimento (le musiche stavolta sono di Christophe), per riflettere, in maniera altrettanto provocatoria e grottesca, sull’incendiaria portata mistica di Giovanna d’Arco. Lo fa attraverso una messa in scena prolissa ma di indubbio impatto formale (la sequenza delle truppe a cavallo che si schierano intorno a Giovanna, ripresa in plongée, può ricordare alcune soluzioni di Jacques Rivette), che demistifica e mette alla berlina attraverso gag surreali e inceppamenti comici alcune figure della storia francese del tempo. Il risultato, come speso accade col cinema di questo autore provocatorio e anticonvenzionale, non lascia indifferenti, soprattutto per la notevole dose di spiazzante e corrosivo lirismo musicale ed estetico, ma l’approccio complessivo non manca di risultare allo stesso tempo stucchevole e irritante, a dispetto della notevole tensione verso il divino che vi si respira. Tutta colpa di una pretenziosità liberatoria ma anche masturbatoria che non conosce davvero remore e di un impianto audiovisivo che in più di un’occasione travalica il cinema per farsi ibrido tra installazione video, sberleffo audiovisivo, presa di posizione contro il conformismo di tanto immaginario e le comode gabbie dello spiritualismo più elementare e grossolano. Il lunghissimo processo è girato all’interno della cattedrale di Amiens, mentre il rogo finale, fedelmente alle istanze iconoclaste di Dumont, viene mostrato in campo lungo ed è malapena scorgibile. Piccolo ruolo, ovviamente super grottesco, per Fabrice Luchini. Presentato al Festival di Cannes 2019 nella sezione Un Certain Regard.

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