La locandina del film "Il labirinto del fauno"

Spagna, 1944: i franchisti, ormai vittoriosi, stanno ripulendo il paese dalle ultime sacche di resistenza. Ofelia (Ivana Baquero), bambina figlia di una donna che ha sposato un militare della falange di Franco, conosce (o si immagina di conoscere) un fauno, che la invita a trasferirsi in un mondo nascosto e incantato, non prima però di aver superato tre prove.

Uno dei più interessanti, discussi e riusciti tentativi degli anni Duemila di rinnovare il genere fanta-horror. Guillermo del Toro, dopo la discreta parentesi americana di Blade 2 (2002) e Hellboy (2004), torna alla sua personale concezione di film dell'orrore, che aveva già avuto modo di presentare al mondo con Cronos (1993) e, soprattutto, con La spina del diavolo (2001). Anche ne Il labirinto del fauno, infatti, l'elemento soprannaturale o orrorifico viene inserito in un contesto storico preciso e gli elementi più spaventosi o scioccanti sono diluiti all'interno di un'atmosfera fiabesca, e a tratti grottesca, che allontana il baricentro del film dai cliché del genere di riferimento, avvicinandolo a delle note gotiche e fatate tipiche del filone fantasy. Ma se nei film precedenti l'intrigante confezione non era supportata da soggetti e sceneggiature all'altezza, ne Il labirinto del fauno il mondo fiabesco immaginato e vissuto dalla protagonista, come una sorta di scudo mentale per difendersi dagli orrori della guerra, giustifica appieno le scelte di regia e fotografia, spesso barocche nella loro esuberanza visiva. Il risultato è dunque un'originalissima favola macabra, che inquieta ma non spaventa, che delizia gli occhi ma non li affatica, e che, nonostante abbia trovato anche molti detrattori, si fa ricordare come una delle pellicole di genere più interessanti del primo decennio del ventunesimo secolo.

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