In precarie condizioni economiche nella Roma devastata dal secondo dopoguerra, Antonio Ricci (Lamberto Maggiorani) riesce a farsi assumere come attacchino comunale. Privato della bicicletta, rubata da un ladruncolo e indispensabile per il lavoro, inizia una disperata ricerca insieme al figlioletto Bruno (Enzo Staiola).

«Perché pescare avventure straordinarie, quando ciò che passa sotto i nostri occhi e che succede ai più sprovveduti di noi è così pieno di una reale angoscia?» Capolavoro del cinema italiano, testimonianza calzante dei vertici artistici toccati durante la corrente neorealista, Ladri di biciclette riflette a tutto tondo le basi stesse della ricerca del drammatico nel quotidiano, espresso tramite la poetica del pedinamento. Tratto dall'omonimo romanzo di Luigi Bartolini (che fu stravolto e revisionato in sede di adattamento) e sceneggiato dal regista Vittorio De Sica con Cesare Zavattini, Oreste Biancoli, Suso Cecchi D'Amico, Adolfo Franci, Gherardo Gherardi e Gerardo Guerrieri, il film riesce a denunciare le miserie di un'Italia ridotta allo stremo dopo la Seconda guerra mondiale, elevando la tragica vicenda di Antonio a simbolo di un affanno universale. La scelta morale di una piena identificazione con la coppia di protagonisti (padre e figlio, delineati come tipologie opposte ma complementari, sia fisicamente che psicologicamente) è veicolata stilisticamente dalla macchina da presa, che segue invisibile i personaggi, testimoniando (e amplificando, grazie a immagini limpide e pulite che trasfigurano il reale per rappresentare la tragedia esistenziale primaria, quella della sofferenza e del dolore) le piccinerie, i soprusi e l'ingiustizia che dominano i rapporti, strutturalmente prevaricanti, tra simili. De Sica esprime una compassione e un'empatia totali, raggiungendo picchi di lirismo mai gratuiti e retorici (raffreddati in ogni caso da uno script minimale e consequenziale), e dà vita a un'opera straziante ed eterna, destinata a entrare di diritto nella storia della settima arte. Rappresentazione da incubo di una Roma maestosamente indifferente e innumerevoli sequenze da antologia: oltre al memorabile finale, è impossibile non citare il pranzo in trattoria, in cui il piccolo Bruno (uno straordinario Enzo Staiola) osserva un coetaneo borghese, decidendo di rinunciare al proprio pasto per non intaccare le inesistenti risorse paterne. Essenziale, intenso, imprescindibile. Vincitore di un Oscar come miglior film straniero. Teneramente omaggiato, tra gli altri, da Ettore Scola in C'eravamo tanto amati (1974).

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