Le livre d'image
Le livre d'image
2018
Rai Play
Paesi
Francia, Svizzera
Genere
Sperimentale
Durata
85 min.
Formato
Colore
Regista
Jean-Luc Godard
Niente se non il silenzio. Niente al di fuori di una canzone rivoluzionaria. Una storia, in cinque capitoli, come cinque sono le dita della mano.

“Immagini e parole. Come un lungo sogno scritto in una notte tempestosa. Sotto gli occhi dell’Occidente, i paradisi perduti. La guerra è qui”: basterebbero una sinossi così reticente ed evocativa e quest’ulteriore descrizione degli “eventi” del film per descrivere l’ultimo progetto del grande regista francese Jean-Luc Godard, che torna a quattro anni di distanza dal definitivo e inevitabilmente apocalittico Adieu au langage (2014), sorta di canto in morte del linguaggio e di ciò che (ne) è stato. Le livre d’image, invece, recupera immediatamente una dimensione tattile e archeologica dello sguardo, soffermandosi in apertura sull’irriducibile necessità, da parte dell’uomo, di pensare con le mani, per poi imboccare immediatamente una radicalità sperimentale che, come di consueto in Godard, si articola attraverso soluzioni espressive estreme e mai concilianti: didascalie, lacerazioni, strappi, salti sonori, abbassamenti e innalzamenti di audio, schermo al nero, fusioni selvagge di documenti e repertorio, arte e cultura, variazioni e digressioni liberissime sul concetto di remake e chi più ne ha più ne metta. Un brutale film d’archivio e di montaggio, una serie infinita di storpiature utili al regista per mettere insieme il suo zibaldone ipersfaccettato e coltissimo, a mille strati e altrettante possibilità di lettura, saturo e citazionista. La storia del cinema, per Godard, è un calderone ribollente, un diario-mondo nel quale pescare a piene mani con la propria onniscienza (in apertura c’è Johnny Guitar del 1954), mentre le immagini sono un vettore esponenziale per portare avanti la propria oltranzista idea di mondo, da slabbrare e raddoppiare, per renderle più vere del vero (sul concetto di far entrare la realtà dentro la realtà il film insisterà). Un “passaporto per il Reale”, citando Godard stesso, che anche di questi tempi incerti e fatalmente indefiniti non può che continuare a interrogarsi sul contrasto tra la violenza della rappresentazione e la limpidezza di ogni rappresentazione in sé (il film abbraccia anche l’ISIS e il terrorismo contemporaneo, in maniera sorprendente), sull’ontologia terremotata dell’immagine e sugli occhi dell’Occidente come totem imperialista (ma anche su quelli del mondo musulmano come galassia autosufficiente, che basta a se stessa): principio e fine di ogni vizio dello sguardo, di male intrinseco a un mondo allo sbando, a “una società fondata su un crimine comune”, in cui la guerra è ancora un principio irrimediabilmente divino e la speranza di gioventù, come chiarisce l’epilogo, nient’altro che una cacofonia bofonchiante, delle parole di altri che ripetiamo mestamente a noi stessi. Più risapute, a onor del vero, le riflessioni sull’arte, più incandescenti invece quelle geo-politiche (non mancano i soliti e non inediti sberleffi a diplomazia e bandiera francese). Il risultato è di grande fascino, ma la sensazione complessiva però è quella di un progetto anche e inevitabilmente schizofrenico, che non rappresenta una tappa decisiva quanto lo fu Adieu au langage, permeato da una coscienza della fine difficilmente avvicinabile, anche se evocato esplicitamente in un’inequivocabile chiosa filosofica al ridosso del finale, che ricorrerà a una manciata di secondi tratti da Il piacere (1952) di Max Ophüls con l’aggiunta di uno struggente pianoforte di sottofondo: “le parole non saranno mai linguaggio”. Presentato in concorso al Festival di Cannes dove ha vinto una Palma d'oro Speciale.
Maximal Interjector
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