La locandina del film "Civiltà perduta"

All’alba del ventesimo secolo. Percy Fawcett (Charlie Hunnam), soldato ed esploratore britannico, partecipa a una spedizione in Sud America per ridefinire alcuni confini della giungla amazzonica. Una volta arrivato sul posto trova alcune tracce di un’antica civiltà che, forse, tempo prima abitava la regione: si convince così dell’esistenza di una misteriosa e antica città di nome “Z”, ancora da (ri)scoprire. Tornato in patria viene schernito dalla comunità scientifica per le sue idee, ma, nonostante un altro viaggio lo porterà nuovamente ad allontanarsi per lungo tempo da moglie (Sienna Miller) e figli, decide di ripartire per poter dimostrare le sue teorie.

Tratto da un romanzo di David Grann e ispirato alla vera storia di Percy Fawcett, Civiltà perduta segna per James Gray l’abbandono del contesto metropolitano che è sempre stato al centro del suo cinema. Se già con C’era una volta a New York (2013) aveva diretto un lungometraggio storico e in costume, con questa sua sesta opera sembra distanziarsi ancora di più dai suoi lavori precedenti (in fondo, il film del 2013 parlava ancora di immigrati negli Stati Uniti: argomento da sempre al centro del cinema del regista newyorkese). La giungla amazzonica diventa per l’ennesima volta lo spazio di un’ossessione nei confronti dell’ignoto, di un’esplorazione che tanto può ricordare Aguirre, furore di Dio (1972) e Fitzcarraldo (1982) di Werner Herzog. Questo tentativo di tornare a un “cinema del passato”, per nulla classico ma pienamente “moderno”, è sottolineato dalla fotografia di Darius Khondji, abile a ricreare l’atmosfera di un tempo che fu ma non sempre efficace nel trasmettere la fascinazione che i personaggi provano per il paesaggio della giungla. Se il talento di Gray riesce a incorniciare la pellicola con un inizio e una conclusione degna del suo nome, quasi mai la forza visiva della sua regia si fa notare in tutto quello che sta in mezzo. Ridondante e prolissa, la parte centrale non riesce a coinvolgere come dovrebbe e, fatto ancor più grave, si fatica a provare empatia per il personaggio principale, per la sua ricerca e per il suo spirito d’avventura. I limiti stanno soprattutto in un copione un po’ pigro e fiacco, che si trascina tra diverse parentesi poco pregnanti (la sequenza in trincea durante la Prima guerra mondiale, in primis). Ambizioso ma poco riuscito, Civiltà perduta è una classica occasione sprecata. In un cast che risulta poco intenso, quello che s’impegna di più è il protagonista Charlie Hunnam. Curiosità: prima dello stesso Hunnam per il ruolo di Fawcett era stato scelto inizialmente Brad Pitt, che ha poi rifiutato rimanendo solo in veste di produttore, e poi Benedict Cumberbatch, che ha dovuto abbandonare la produzione pochi giorni prima dell’inizio delle riprese per conflitti di lavoro. Scelto come film di chiusura del New York Film Festival 2016, The Lost City of Z è stato presentato anche nella sezione Berlinale Special del Festival di Berlino 2017.

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