La locandina del film "The Manchurian Candidate"
Una scena di "The Manchurian Candidate"

Il capitano Ben Marco (Denzel Washington) si rende conto che la candidature a vicepresidente degli Stati Uniti d'America di Shaw (Liv Schreiber), suo commilitone durante la Guerra del Golfo, deve molto all'ingerenza della madre senatrice (Meryl Streep), personalità connessa alla multinazionale Manchurian Global.

Bolso thriller di stampo politico che tenta di sondare le connessioni profonde tra le prese di posizione partitiche (o presunte tali) e il sistema economico-capitalistico contemporaneo, con effetti letali sulla trasparenza e la rettitudine della politica e sulla limpidezza delle sue scelte. Jonathan Demme, per portare a casa la sua tesi, non risparmia colpi bassi e unghiate ad hoc, ma il congegno a orologeria ordito nella testa degli autori non scatta mai e la sospensione dell'incredulità che la storia richiederebbe, soprattutto nel finale, non vale quasi mai lo sforzo di tale concessione. Tante falle, moltissima carne a fuoco amplificata da una sottile vena aforistica della sceneggiatura e il sentore generale di un sermone progressista confezionato, se non ad arte, per lo meno con molto più mestiere e consapevolezza pregressa delle proprie convinzioni di quel che si è sulla carta disposti ad ammettere. Più che un remake o un aggiornamento di Va' e uccidi (1962) di John Frankenheimer, ne costituisce una blanda e dimenticabile volgarizzazione.

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