La locandina del film "Mandy"
Una scena di "Mandy"

1983. Un boscaiolo (Nicolas Cage) vive con la fidanzata (Andrea Riseborough) in una casa situata in mezzo ai boschi di Crystal Lake. Il posto è infestato da una congregazione di fanatici religiosi che decide di rapire la ragazza. Nel tentativo di recuperarla, il suo uomo finirà invischiato negli abissi estremi di un delirio senza fine.

Slabbrato e demente, estremo e situazionista, Mandy è uno degli horror più irresistibili e fuori di testa degli ultimi anni. Un valzer macabro e scatenato letteralmente ritagliato sull’iconografia trash di Nicolas Cage, che da molti anni spopola in rete e ha fatto dell’attore una personalità di culto ben oltre la propria onorevole e rispettabile carriera, per quanto piegata da un bel po’ di tempo a questa parte a ogni deriva commerciale immaginabile. Qui l’interprete si presta con meravigliosa e sorniona intelligenza al definitivo abbrutimento del proprio paratesto mediatico, con una scatenata vena suicida che non può che ispirare un’istantanea, contagiosa e irrefrenabile simpatia, proprio in virtù della «fantasmagorica coerenza che lavora sull’attore quale simbolo e cliché, rappresentazione e catalogo di esibizioni» (Pier Maria Bocchi). Tra urla in mutande sulla tazza del water e carneficine a metà tra fumetto e videogame, Mandy, diretto da Panos Cosmatos, figlio d’arte del regista George Pan, mescola senza colpo ferire ingorghi onirici e psichedelici e massacri indimenticabili, revenge movie e motociclisti-cenobiti alla Clive Barker di Hellraiser (1987), ma anche personaggi schizzati, animali feroci e scene dall’impatto compositivo così fuori di senno da meritare tanto la camicia di forza quanto la medaglia al merito al coraggio e alla sfrontatezza, che in questo caso ha davvero dell’epocale per ambizioni creative, pittoriche, perfino politiche. Un film che trova nel citazionismo sfrenato (c’è dentro tutto l’horror anni ’80 e ’90), nel “puro pus underground”, citando il Nanni Moretti di Caro diario (1993), e nell’assenza di ogni freno inibitore la cifra di una nuova, possibile, rigenerante vena rivoluzionaria in seno all’horror contemporaneo, ispirando divertimento a pacchi ma anche profondissimo e inalienabile disagio. Peccato soltanto per l’esito d’insieme un po’ disomogeneo e per una prima parte più vanamente virtuosistica, di sicuro non all’altezza dell’idiozia pazzoide della seconda. Presentato alla Quinzaine des réalisateurs di Cannes 2018.

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