La locandina del film "madre!"

Una giovane donna emotivamente fragile (Jennifer Lawrence) e il suo compagno (Javier Bardem), scrittore in crisi, vivono in una villa isolata lontano da ogni possibile contatto umano. In un clima di tensione costante, i due faticano a trovare la giusta armonia di coppia. La situazione precipita quando iniziano ad arrivare in casa un uomo (Ed Harris) e sua moglie (Michelle Pfeiffer), i quali danno vita a una inarrestabile discesa agli inferi.

A tre anni dal disastroso Noah (2014), Darren Aronofsky prende di petto l’horror con un racconto di forte impronta metaforica che affronta le dinamiche del genere virando l’intera vicenda verso un destabilizzante Teatro dell’assurdo. Quella del regista americano, anche sceneggiatore, è una parabola orrorifica di ascendenza biblica che trova nel tema della maternità (e delle sue mostruose derive) il suo cuore di tenebra pulsante, dove il punto di vista dello spettatore coincide in maniera millimetrica con quello della protagonista, una sorta di Madre Terra tormentata che cerca di dare forma razionale al surreale e funereo carosello che gravita attorno a lei come una distruttiva forza centripeta. Le premesse sono quindi interessanti e stimolanti, ma bastano pochi minuti per intuire quanto la sapienza del cineasta americano sia sacrificata in nome della nuda e cruda provocazione. In poco tempo, infatti, madre! si trasforma in un pasticcio scoordinato e ridondante, un’opera allucinata in cui si alternano momenti di stasi apparente a frenetiche sequenze di delirante aggressività formale e tematica, in cui le pulsioni primordiali, i gesti istintivi, il mistero del disegno divino spingono il film verso i territori di una sacralità violentata in nome della pura finzione artistica (legata anche alla professione dell’oscuro demiurgo Javier Bardem). La lettura biblica dell’intera vicenda vorrebbe essere centrale e non manca di fascino, ma Aronofsky confonde le carte in tavola avvalendosi di svolte narrative frettolose ed elementari, che hanno come unico obiettivo quello di minare la serietà della visione e lasciar scadere nel ridicolo il racconto. La parabola che il film porta avanti in attesa di fare emergere il Divino risulta piena di simboli e figure di grande suggestione (Adamo ed Eva, Caino e Abele), ma raramente le stesse riescono a incidere come dovrebbero. Il risultato, così, è un interessante incubo sulla circolarità del Male, che però affonda le proprie radici in un materiale narrativo discontinuo e calibrato con molta imprecisione. Fondamentale il lavoro su suono ed effetti sonori, che costituiscono una simbolica partitura musicale dell’anima. Uno dei film più controversi della Mostra del Cinema di Venezia 2017, dove è stato presentato in concorso.

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