La locandina del film "Noi"

Due genitori, Gabe (Winston Duke) e Adelaide (Lupita Nyong’o), portano i loro figli, Jason (Evan Alex) e Zora (Shahadi Wright Joseph), alla casa al mare per trascorrere un po' di tempo in serenità, lontani dalla routine quotidiana. Ma durante la notte arrivano dei visitatori inaspettati…

Dopo lo strepitoso successo di Scappa – Get Out (2017), Jordan Peele si conferma una delle figure più interessanti del cinema americano contemporaneo e si cimenta con una sfida ancora più elettrizzante: materializzare, all’interno di un horror dal concept assai velleitario, i lati oscuri, l’inquietante doppiezza e il rimosso dell’essere umano ma anche della società americana nella sua interezza. Un proposito di enorme ambizione, portato avanti attraverso un’idea di semplicissima mostruosità, ma perfettamente calato nei meandri di un’opera che prende le mosse da un trauma che ha segnato la vita della protagonista nel lontano 1986, quando la piccola Adelaide si ritrova nella casa degli specchi di un luna park scoprendo, per la prima volta, l’esistenza di una se stessa temibile e malvagia, che tornerà a perseguitarla molti anni dopo nel tentativo di spazzare via la sua famiglia. I protagonisti di Noi sono afroamericani di classe sociale medio-alta, a riprova di quanto il regista non desideri soffermarsi su conflitti razziali e disuguaglianze economiche, ma dare centralità a dei personaggi black con la massima naturalezza. La famiglia bianca che li affianca, i Tyler, è in compenso particolarmente vanesia e ottusa e Peele, pungolando le tranquille certezze di tutte le parti in causa attraverso un’evidente vena satirica che fa il paio con i suoi trascorsi da comico, ribadisce lo spessore politico della sua ispirazione, in grado di dosare le atmosfere terrificanti facendole flirtare con slanci di ironia irresistibili e scomposti, avventati ed esilaranti: le sequenze di enorme impatto non a caso abbondano, dal meraviglioso prologo anni ’80 all’uso angoscioso e raggelante di brani di musica pop, rap o hip-hop, come I Got 5 on It dei Luniz, Fuck the Police degli N.W.A. e Good Vibrations dei Beach Boys. Peele, usando i codici del cinema di paura con originalità anche maggiore rispetto al film precedente e con un accresciuto spessore estetico e narrativo, intavola a più riprese un gioco serissimo con le aspettative dello spettatore, assembla immagini e suoni in maniera spiazzante e incastra nel medesimo puzzle citazioni bibliche (Geremia 11:11), conigli dalle viscere della Terra, rimandi pop (Thriller di Michael Jackson) e doppelgänger diabolici, fino a un twist finale che ricorda da molto vicino il miglior M. Night Shyamalan e tradisce più di uno sberleffo alla finta solidarietà occidentale e alle sue ipocrisie. La carne al fuoco è tantissima, ma altrettanto ragguardevole è la vena dissacrante di Peele e la sua capacità nel tenere insieme affilatezza critica, sforbiciate malevole e appeal presso il grande pubblico, passando dal clima già post-obamiano del suo esordio agli apocalittici echi trumpiani di Noi. Il 1986, come ci ricorda la prima inquadratura, è anche l’anno dell’evento di beneficenza Hand Across America, in cui oltre sei milioni di americani si tennero per mano da Santa Monica a New York, utilizzato come punto di partenza per un discorso sugli Stati Uniti impietoso e radicale, allo stesso tempo sotterraneo e sfacciato, portato avanti attraverso gli strumenti del più puro e scatenato cinema di genere. Notevole interpretazione di Lupita Nyong’o, in un ruolo da scream queen indimenticabile e da incorniciare. Negli USA il film ha fatto registrare il miglior giorno d’esordio al botteghino per un live action dai tempi di Avatar (2009) e il terzo miglior incasso horror in una prima giornata dopo It (2017) e il remake di Halloween (2018).

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