La locandina del film "Non essere cattivo"

Periferia romana, anni Novanta. Cesare (Luca Marinelli) e Vittorio (Alessandro Borghi), tossici e amici dall'infanzia, vivono nel quartiere di Ostia, tirando a campare con lo spaccio e piccoli furtarelli. In seguito all'ennesimo trip, il secondo decide di cambiare il proprio destino, ma la deriva di Cesare trascinerà entrambi in un inferno destinato a concludersi in tragedia.

Trentadue anni dopo Amore tossico (1983), Claudio Caligari (anche sceneggiatore con Francesca Serafini e Giordano Meacci) torna a dipingere la dolente quotidianità dei borgatari romani, in quello che si rivela una sorta di testamento artistico, punto di chiusura di una prospettiva autoriale perennemente inseguita nel corso di una carriera (troppo) scarna. La droga, la dipendenza, le speranze, le disillusioni: ispirandosi alla lezione pasoliniana, Caligari tratteggia senza sconti una realtà disturbante e miseranda, rappresentando la degenerazione dei protagonisti (e in particolar modo di Cesare, incarnato da un ottimo Luca Marinelli) e legandola inscindibilmente ai luoghi (Ostia, messa in scena in tutta la sua sconfortante desolazione). Brutalità funzionale, stile scarno ed essenziale (realistici al limite della trivialità i dialoghi strettamente regionali), ma che rifugge dal mero documentarismo tramite inserti quasi onirici e visionari (le allucinazioni di Vittorio; la seduzione tra Cesare e Viviana, interpretata da Silvia D'Amico, sulle note di Be My Lover di La Bouche); peccato soltanto per un'eccessiva dose di autoreferenzialità (Caligari sembra a tratti cortocircuitare, dimostrandosi incapace di prescindere dalle proprie precedenti opere) e per un finale in odore di retorica. Bella fotografia di Maurizio Calvesi. Presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia.

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