La locandina del film "Notti magiche"

Italia, 1990: la notte in cui la Nazionale viene eliminata ai rigori dall’Argentina, un noto produttore cinematografico viene trovato morto nelle acque del Tevere. I principali sospettati dell’omicidio sono tre giovani aspiranti sceneggiatori (Mauro Lamantia, Giovanni Toscano, Irene Vetere), chiamati a chiarire la loro versione al Comando dei Carabinieri. Sarà l’inizio di un viaggio caotico in quello che resta dell’ultima stagione d’oro del cinema italiano.

Dopo la trasferta americana di Ella & John – The Leisure Seeker (2017), Paolo Virzì torna dietro la macchina da presa a un anno di distanza con un vicenda completamente diversa, frutto di un progetto a lungo sognato e covato. Considerando che il cineasta livornese, nel momento in cui arrivò a Roma, aveva la stessa età dei protagonisti della vicenda, il film si carica di una forte componente autobiografica, che però ha poco delle tonalità sfumate e agrodolci della neo-commedia all’italiana di cui il regista si è fatto negli anni indiscusso erede. Notti magiche, il cui titolo allude al celebre brano di Edoardo Bennato e Gianna Nannini che fu colonna sonora del Mondiale italiano e traccia di un’intera stagione culturale, è infatti il film più sfrenato e parossistico della carriera di Virzì: una rocambolesca e affastellata galleria di macchiette piena di scompensi e gratuità, generosa ma indigesta, in cui il cinema italiano dei grandi maestri viene sbeffeggiato tutto sommato con affetto, ma anche con una cattiveria e un cinismo di fondo non indifferenti. Tale sentimento, interessante in partenza per il pessimismo con cui prende a schiaffi anche le giovani generazioni e il loro velleitarismo, perfino più grave della cialtroneria arruffata e meschina della vecchia scuola, è il motore di fondo di un’operazione che paga dazio per via di un’eccessiva grossolaneria, con pochissimi momenti realmente ispirati e divertenti e un gusto tossico per la situazione a effetto, soffocato da mediocri barocchismi tendenti all’autocombustione. Come fossimo dentro un Ovosodo (1997) romano d’ambientazione cinematografica, un Amarcord parodico frullato in maniera selvaggia ma dai tempi comici deficitari. Decisamente sotto il livello di guardia i tre protagonisti, ingabbiati dentro stereotipi stucchevoli, mentre Giannini si balocca sornione nei panni di un produttore scalcinato che strizza l’occhio a Vittorio Cecchi Gori. Il personaggio più interessante, nonché la vera cattiva coscienza del film, è quello di Roberto Herlitzka, ma non basta. Al netto delle ambizioni e dell’intimità del progetto, rimane uno dei lavori di Virzì più deboli in assoluto. Presentato come film di chiusura alla Festa del Cinema di Roma 2018.

Nei cinema

Dal 8 novembre 2018

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