La locandina del film "L'altro volto della speranza"

L'altro volto della speranza

Toivon tuolla puolen

Il profugo siriano Khaled (Sherwan Haji), arrivato in Finlandia su una nave mercantile, trova rifugio in un centro di accoglienza ma la sua richiesta di asilo viene bruscamente rifiutata. Deciso a costruirsi una vita e a rintracciare la sorella Miriam (Niroz Haji), si dà alla fuga poco prima che venga rimpatriato. Incontrerà l'ex rappresentante Wikström (Sakari Kuosmanen), il quale, ormai non più giovanissimo, ha deciso di cambiare vita e investire tutti i suoi risparmi nella gestione di uno scalcinato ristorante.

A sei anni da Miracolo a Le Havre (2011), Aki Kaurismäki torna a confrontarsi con gli strati sociali meno fortunati, in quell'affettuoso quadro esistenziale venato di malinconico surrealismo tipico del suo cinema. Un racconto di speranza fortemente calato nella contemporaneità, che prende di petto l'intolleranza e la situazione politica di oggi (oltre al profugo siriano c’è anche un ragazzo iracheno in attesa di capire quale sarà il suo futuro). Due storie destinate a trovare un punto di contatto, con protagoniste due figure dall'infinita umanità che provano a dare una svolta alla propria vita, consapevoli di dover fare fronte a ottusità e ingiustizie: il sogno, sia per Khaled, sia per Wikström, è quello di realizzarsi all'interno della vita ordinaria, nel pieno rispetto di quei valori universali che dovrebbero essere garantiti a tutti. Gli ambienti sono quelli tipici del regista finlandese, così come la galleria di personaggi secondari. Il registro comico/grottesco convive con una malinconia sempre lontana dal più cupo pessimismo e le frecciatine verso le autorità non sono mai tinte di cinismo. Kaurismäki trova la semplicità dei tempi migliori, conservando la capacità di far riflettere sull'oggi pur muovendosi in una dimensione apparentemente atemporale, aggiungendo alla propria poetica un prezioso tassello. Notevole e divertentissima la sequenza in cui al ristorante si tenta la strada del sushi. Fondamentale, come sempre, il contributo del sodale direttore della fotografia Timo Salminen. Curiosità: il film è dedicato a Peter von Bagh, grande storico del cinema nato a Helsinki nel 1943 e scomparso nel 2014. Orso d'argento per la miglior regia alla Berlinale 2017.

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