Alma (Bibi Andersson), infermiera, riceve il compito di accudire Elisabeth (Liv Ullmann), un'attrice che, mentre recitava L'Elettra, smise improvvisamente di parlare. Da quel momento si è chiusa in un mutismo assoluto: Alma cercherà di scoprirne le ragioni e di farle tornare la parola.

Una pellicola scorre in un piccolo proiettore: in rapida successione si sovrappongono un pene e dei disegni animati; un ragno e un agnello sacrificale; immagini slapstick e chiodi che si piantano sul palmo di una mano (di Cristo?). In seguito, un bambino si alza dal letto e accarezza un enorme schermo su cui è proiettato il volto di una donna: il volto inizia a diventare sfocato, ne compare un altro (di un'altra donna) e lui continua ad accarezzarlo. È uno degli incipit più suggestivi, affascinanti e ambigui dell'intera storia del cinema. I brevi frammenti potrebbero rappresentare quei temi che Ingmar Bergman aveva affrontato nella sua filmografia precedente (il sesso; la religione; il sacrificio; la passione per gli albori della storia del cinema) e Persona potrebbe così porsi immediatamente come un film-summa della poetica del maestro svedese. La narrazione intanto procede: Alma ed Elisabeth vanno a passare del tempo su un'isola (a Fårö, dove Bergman passerà gli ultimi anni della sua vita), nella speranza che questo porti giovamento all'attrice, e iniziano a confidarsi. Il silenzio della donna è un modo per evitare di mentire e perdere quelle maschere che l'hanno accompagnata per tutta la vita: Elisabeth vuole smettere di sembrare e iniziare a essere. Il sottile confine tra realtà (essere) e finzione (sembrare) viene esplicitato da Bergman attraverso la natura metacinematografica del film stesso: Elisabeth, in un momento memorabile, fotografa il pubblico e, circa a metà della visione, la pellicola brucia e l'immagine rimane sfocata per alcuni minuti. Il film riprende ma tutto sembra essere cambiato: le donne sembrano una il doppio dell'altro, e il marito di Elisabeth riconosce in Alma sua moglie. Questo straordinario viaggio nella psiche femminile, angoscioso e palpitante, raggiunge il suo apice con un fitto dialogo (in realtà, un monologo) tra le due e con la conseguente fusione tra i due volti (curiose le parole di Bergman in questo senso: «Quando ricevetti la copia del filmato dal laboratorio, chiesi a Liv e a Bibi di venire nella stanza del montaggio. Bibi esclamò, sorpresa: "Ma Liv, sembri così strana!". E Liv disse: "No, sei tu, Bibi, sembri davvero strana!". Spontaneamente negarono la loro metà di quel viso»). Entrambe le donne hanno rifiutato il proprio figlio – Alma con un aborto (naturale?), Elisabeth con il desiderio che non fosse mai nato – e forse quel bambino dell'incipit, che tornerà nel finale, altri non è che un personaggio che non ha trovato spazio nella (loro) storia: il figlio (mai nato, morto, rifiutato) che prova affetto per quelle madri che non l'hanno mai voluto. È uno dei tanti spunti e delle tante possibili interpretazioni inerenti a una delle pellicola più ipnotiche e imprescindibili di tutto il cinema moderno, che influenzerà anche David Lynch e il suo Mulholland Drive (2001). Magnifiche e indimenticabili, Bibi Andersson e Liv Ullmann regalano due performance da pelle d'oca: un modello per qualsiasi attrice che vuole dichiararsi tale.

Nei cinema

In TV

In streaming