La locandina del film "Pig"
Una scena di "Pig"

La vita di Hasan (Hasan Majuni) sta andando a rotoli: da anni non gli è più permesso di girare un film, la relazione con la sua famiglia è in bilico, l'attrice che lui ha lanciato nel cinema (Leila Hatami) sta per girare una pellicola con un altro regista e come se non bastasse verrà catapultato al centro dei sospetti di una serie di omicidi molto violenti.

A due anni di distanza da A Dragon Arrives (2016), il regista iraniano Mani Haghighi torna a cimentarsi con un giallo virato in commedia pulp. Pig è un confuso, e a tratti irritante, viaggio in un vortice dell'assurdo dove poco per volta il percorso caotico del protagonista assumerà forme sempre più impensabili. Lo stile vivace e colorato che Haghighi utilizza per abbagliare il pubblico è mirato a colmare i vuoti colossali di un progetto debole ed eccessivo, che vive di sequenze proprie studiate per divertire ma lontane dall'avvalorare consciamente il disegno finale del progetto. Così, tra teste decapitate, racchette da tennis fluorescenti e una buona dose di musica rock, la parabola rocambolesca di Hasan perde del tutto interesse e originalità (per non parlare della superficiale critica all'informazione mediata dai social) lasciando la bocca ampiamente asciutta. Presentato in concorso al Festival di Berlino.

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