La locandina del film "Puoi baciare lo sposo"

Antonio (Cristiano Caccamo) ha finalmente trovato l’amore della sua vita, Paolo (Salvatore Esposito), col quale convive a Berlino. Antonio chiede a Paolo di sposarlo, ma non ha fatto i conti con la sua famiglia, col papà Roberto (Diego Abatantuono), sindaco progressista e in apparenza tollerante di Civita di Bagnoregio, e con la mamma Anna (Monica Guerritore). Insieme ai due ragazzi partiranno alla volta della città l’amica sciroccata Benedetta (Diana Del Bufalo) e il nuovo coinquilino Donato (Dino Abbrescia): l’obiettivo è comunicare ai genitori di Paolo il matrimonio imminente…

Quella di Alessandro Genovesi, regista di La peggior settimana della mia vita e lanciato dalla sceneggiatura di Happy Family per Gabriele Salvatores, è una commedia stralunata e scombinata che prova a intavolare un tema chiave del recente passato italiano (le unioni civili, approvate solo a maggio 2016) attraverso una partitura comica leggiadra, con qualche spunto surreale e il tentativo evidente di affrontare l’accettazione dell’omosessualità e i suoi possibili, retrogradi contraccolpi col sorriso sulle labbra. Il personaggio di Abatantuono, sindaco di Civita di Bagnoregio (gioiello nel viterbese soprannominato “la città che muore”), è l’esatto opposto, per quel che riguarda l’accettazione dei migranti, di quello interpretato dall’attore in Cose dell’altro mondo, ma il suo pensiero evoluto e tollerante non gli impedirà di prendere male l’omosessualità del figlio. Questo è forse l’unico, vero spunto del film, in verità fin troppo circostanziato e stiracchiato, con delle evoluzioni familiari e psicologiche estremamente macchinose. Abbondano le scene forzate e innaturali e le caratterizzazioni fuori registro (la durezza irreprensibile del ruolo della Guerritore sarebbe stata più calzante in una tragedia greca), per non parlare del prete implausibile di Antonio Catania, che avalla il matrimonio gay con la benedizione di Papa Francesco. Pedestre e semplicistica anche la risoluzione musical del finale. In tutto il film aleggia uno strano candore, ammirevole nell’affrontare temi queer ponendoli al centro dell’attenzione senza banalizzarli troppo (si veda il travestitismo del personaggio di Abbrescia), ma la sceneggiatura, purtroppo, fa acqua da più parti. Il wedding planner Enzo Miccio compare nei panni di se stesso.

Nei cinema

In TV

In streaming