La locandina del film "Ran"
Una scena di "Ran"

Giappone. Hidetora Ichimonji (Tatsuya Nakadai), anziano monarca feudale, decide di dividere il proprio regno tra i tre figli. Ripudiato il terzogenito Saburo (Daisuke Ryu), che osa contestare la sua scelta, viene maltrattato e respinto dagli altri due (Akira Terao e Jinpachi Nezu), desiderosi di escluderlo definitivamente dalla lotta per il potere. Accompagnato dal fedele buffone Kyoami (Pītā), vaga per la brughiera, affrontando scontri e tradimenti che gli faranno perdere la ragione.

Ispirandosi alla vicenda storica del generale Mōri Motonari, Akira Kurosawa rilegge la tragedia shakespeariana del Re Lear in chiave visionaria e quasi psicanalitica, tratteggiando un magistrale apologo sulla violenza strutturalmente connaturata all'essere umano («Gli uomini cercano il dolore, non la gioia. Preferiscono la sofferenza alla pace») e sulla sfrenata sete di ambizione, che conduce inevitabilmente alla rovina morale. La sceneggiatura, firmata dal regista con Hideo Oguni e Masato Ide, si concentra sulla degenerazione (fisica ed emozionale) del vecchio protagonista, annientato dalla crudeltà della prole e perseguitato dai crimini commessi; ed è proprio questo lo scarto di un'opera che delinea scientemente l'analisi approfondita delle caratterizzazioni, superando in corsa la simbologia di figure ieratiche e rappresentando le oscure derive di un passato incombente (Hidetora che non accetta la compensione della nuora Suè, interpretata da Yoshiko Miyazaki, dopo aver perpetrato lo sterminio ai danni della sua famiglia; l'ospitalità del di lei fratello Tsurumaru alias Mansai Nomura, tanto inaspettata quanto inaccettabile). Un'epoca corrotta e invasa dal furore (il titolo significa appunto “rivolta”), in cui il caos si fa metafora dell'inadeguatezza contemporanea e la follia sembra l'unica soluzione («Da pazzo, vede infine i suoi misfatti»): Kurosawa, ormai settantacinquenne, si dimostra superbo lettore dell'anima e maestro nell'organizzazione di immagini dalla devastante potenza visiva, quadri rigorosamente geometrici ravvivati dai colori intensi di una fotografia in odore di espressionismo (opera di Asakazu Nakai, Takao Saitō e Shōji Ueda). Epico, impetuoso, straziante: un capolavoro senza tempo, da vedere e rivedere. Memorabile il personaggio di Lady Kaede (Mieko Harada), glaciale e vendicativa moglie del primogenito Taro, e almeno una sequenza da antologia: l'attacco al castello dove si è rifugiato Hidetora, tragica, macabra e tecnicamente sopraffina rappresentazione degli orrori bellici. Splendida colonna sonora di Tōru Takemitsu; candidato a quattro premi Oscar, ne vinse uno per i migliori costumi.

Nei cinema

In TV

In streaming