La locandina del film "Sentieri selvaggi"
Una scena di "Sentieri selvaggi"

Ethan Edwards (John Wayne), reduce della guerra civile, torna a casa dopo anni di assenza poco prima che il fratello e la famiglia vengano massacrati dai Comanche. Insieme a Martin Pawley (Jeffrey Hunter), inizia una caccia lunga e spietata al capo Scar (Henry Brandon), responsabile dell'eccidio e del rapimento della nipote Debbie (Natalie Wood).

Insieme a Ombre rosse (1939), il maggiore cult di John Ford, venerato e citato da registi come Scorsese, Lucas, Milius, Wenders e Tarantino. Lo splendore figurativo dell'autore tocca probabilmente l'apice, regalandoci inquadrature capolavoro che consolidano definitivamente l'iconografia del genere (si pensi solo alla “finestra” che apre e chiude il film o all'uso dei colori e dello spazio plastico in funzione dei personaggi e delle loro emozioni). Classico e moderno al contempo, tinge di amara crudezza il tema del conflitto tra wilderness e civilization: è chiaro che, in Ford, l'idealismo positivo dei decenni precedenti sta lasciando spazio a un crepuscolarismo di stampo pessimista. Raramente si è registrato un tale equilibrio tra tragedia, violenza e humour senza un solo calo nel ritmo. Wayne sfodera la sua migliore interpretazione nei panni di un personaggio tormentato e controverso: il suo razzismo malato è specchio della profonda ambiguità della società americana da sempre in lotta con se stessa, la sua irriducibile solitudine ne fa un antieroe condannato al perpetuo vagabondare, cui non resta che tornare al deserto di cui è egli stesso parte integrante. Il cartello introduttivo ci annuncia che siamo in Texas, ma la Monument Valley che si scorge già dopo pochi secondi è al confine tra Utah e Arizona: non è un errore di Ford, naturalmente, ma un'ennesima dimostrazione che quello di Sentieri selvaggi è uno spazio (e, forse, anche un tempo) prettamente simbolico, in cui il Texas funge da luogo emblematico del genere western e la Monument Valley da meraviglioso sfondo di fronte al quale si sviluppano le vicende narrate. Bellissima colonna sonora di Max Steiner, impreziosita dalla canzone The Searchers dei Sons of the Pioneers. Curiosità: la posa di Ethan Edwards alla fine del film (che si stringe con la mano sinistra l'avambraccio destro all'altezza del gomito) è un omaggio di Ford e Wayne a Harry Carey Jr., leggendario cowboy dell'epoca del muto che era solito assumere questa postura. Tratto da un romanzo di Alan Le May.

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