La locandina del film "The Shape of Water"

The Shape of Water

The Shape of Water

Baltimora, ai tempi della Guerra Fredda. All’interno del laboratorio di massima sicurezza in cui è assunta come donna delle pulizie, Elisa (Sally Hawkins) scopre che il governo sta lavorando a un curioso esperimento segreto: si troverà di fronte una misteriosa creatura proveniente dall’Amazzonia, con la quale proverà a stabilire un contatto.

Dopo le atmosfere gotiche di Crimson Peak (2015), Guillermo Del Toro rimane nel territorio del fantastico, tornando però al taglio fiabesco de Il labirinto del fauno (2006), uno dei suoi film migliori. Dimostrando la consueta passione e competenza nei confronti della storia del cinema, il regista messicano alterna omaggi al musical e all’horror, costruendo una sorta di ipotetico seguito de Il mostro della laguna nera (1954), cult di Jack Arnold da cui prende esplicitamente le mosse questa pellicola. Il periodo di ambientazione è quello della Guerra Fredda, i tempi sono quelli dello scontro per il predominio spaziale tra Unione Sovietica e Stati Uniti, ma il contesto storico-politico (seppur citato costantemente) lascia soprattutto spazio a una tenera storia d’amore tra una ragazza muta con un lavoro umile e un “mostro” che si dimostra più umano di (quasi) tutti gli uomini presenti all’interno della narrazione. Grazie a un montaggio fluido e a una fotografia incisiva, il film scorre magnificamente per le quasi due ore di durata, riuscendo a toccare corde profonde in diversi passaggi ed emozionando senza aver bisogno di utilizzare trucchetti retorici. Certo, buona parte della sceneggiatura può risultare prevedibile e la struttura drammaturgica è già alla base piuttosto convenzionale, ma la forza estetica di suoni e immagini e la dolcezza dell’amore tormentato tra i due protagonisti lo rendono un prodotto di tutto rispetto, raffinato e coinvolgente. Un antidoto al cinismo del mondo contemporaneo e una storia di sentimento ben più profonda rispetto alla stragrande maggioranza di quelle che siamo abituati a vedere: difficile non commuoversi. Efficace Sally Hawkins, notevoli i comprimari Michael Shannon, Michael Stuhlbarg e Octavia Spencer. La menzione speciale, però, va a un esilarante Richard Jenkins. Sorprendentemente premiato con il Leone d'Oro della 74esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

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Dal 14 febbraio 2018

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