La locandina del film "Spider-Man: Homecoming"

Spider-Man: Homecoming

Spider-Man: Homecoming

Alcuni mesi dopo gli eventi di Captain America: Civil War (2016), Peter Parker (Tom Holland) è un quindicenne che fa ancora il liceo e che con l’aiuto del suo mentore Tony Stark (Robert Downey jr.) prova a conciliare la sua carriera da supereroe, con tanto di stage presso le Stark Industries, con la vita ordinaria da adolescente del Queens. La lotta del giovane Parker contro il crimine si infiamma quando prende corpo la minaccia dell’Avvoltoio (Michael Keaton), un uomo senza scrupoli che fornisce le armi ai criminali.

Il regista Jon Watts, alle prese con un cinecomic all’insegna dell’accordo tra Sony e Marvel per far entrare di gran carriera Spider-Man nel MCU (Marvel Cinematic Universe), realizza una versione per teenager delle avventure del celeberrimo Uomo Ragno, che si discosta sia dalla profondità dell’approccio di Sam Raimi sia dalla filologia solo apparente del reboot di Marc Webb con Andrew Garfield, The Amazing Spider-Man (2012). Il Parker del giovanissimo Tom Holland invece è un quindicenne alle prese anzitutto con lo stupore per i propri stessi poteri e la voglia di confrontarsi con essa in maniera ludica e adrenalinica, un giovane uomo tutt’altro che maturo alle prese con i turbamenti dell’adolescenza ma pienamente consapevole dell’impegno richiesto dal suo ruolo, interpretato quasi come un percorso didattico di formazione e di miglioramento di sé. Downey jr., presente a piccole dosi nei panni di Stark e nelle vesti del padre putativo di turno, è un punto di riferimento carismatico, ma altrettanto interessante è l’interpretazione del giovane attore, sospeso tra solarità dell’infanzia e le ombre della crescita, della responsabilità, della presa di coscienza. Questo Spider-Man young adult, nerd e carico di attrezzature avveniristiche, aggiorna il celebre supereroe alla sensibilità di un pubblico anagraficamente molto giovane e si confronta con la multiculturalità con uno sguardo ecumenico (l’amata di Peter Parker, Liz, è afroamericana, il suo miglior amico ha dei tratti asiatici, c’è anche un’emblematica apparizione della star di Atlanta Donald Glover), quasi dialogando a distanza con la stereotipia razziale di cui qualcuno aveva accusato lo Spider-Man 2 di Raimi, in merito al trattamento di arabi e slavi. Quello di Watts è un coming-of-age puro e semplice, in cui l’equilibrio delle scene d’azione spesso latita, non tutte le situazioni giovanilistiche vanno a segno (con un profluvio di “zio”, espressioni gergali e altri ammiccamenti) e l’accostamento con la galassia degli Avengers, nonostante la stimolante relazione e la buona chimica tra Holland e Downey jr., appare un po’ forzato e strumentale allo sviluppo di quella che sarà la trilogia già in cantiere. Godibile, ad ogni modo, la freschezza dell’operazione e la sua novità, mentre debolissimo e poco approfondito in sede di scrittura, nonostante il buon mestiere attoriale di Keaton, è l’Avvoltoio, un villain le cui motivazioni anti-sistema rimangono pasticciate tanto quanto il populismo da lui stesso sbandierato. Spassose apparizioni di Jon Favreau, mentre Marisa Tomei è una zia May inedita ed estremamente erotica, dalla montatura spessa e dagli abiti succinti, anche se un po’ sacrificata nel disegno complessivo.

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