La locandina del film "Stargate"
Una scena di "Stargate"

Egitto, 1928. Un archeologo rinviene un misterioso anello metallico di enormi dimensioni. Settanta anni dopo, l'egittologo Daniel Jackson (James Spader) riesce a decifrarne le incisioni, scoprendo che si tratta di uno Stargate, una porta dimensionale verso un altro pianeta. Insieme a un gruppo di soldati, guidati dal colonnello O'Neil (Kurt Russell), Jackson viene incaricato di attraversarla. Scoprirà una civiltà analoga a quella egizia e troverà la risposta a molte sue teorie: ma una grave minaccia incombe su entrambi i mondi.

Al sesto lungometraggio, il tedesco Emmerich sbanca i botteghini di mezzo mondo con un lungometraggio prolisso, ma che fa discretamente bene il suo dovere. Spettacolari effetti speciali e tecniche digitali avanzate (frutto del gigantesco budget a disposizione, 55 milioni di dollari stimati) combinano con discreta suggestione l'elemento futuristico-tecnologico e l'ambientazione che richiama l'antico Egitto: ovviamente l'aspetto storico è nullo e rimane solamente un pretesto per creare un connubio (vincente) tra passato e futuro. La pellicola risulta come bloccata in una sorta di limbo indefinito, una terra di nessuno che riesce in ogni caso a valorizzare a dovere il versante sci-fi: il ritmo sostenuto e le incalzanti musiche di David Arnold evidenziano il carattere fracassone e disimpegnato dell'opera, che si regge sulle interpretazioni di Kurt Russell e James Spader, negli stereotipati ruoli del colonnello tutto d'un pezzo e dello scienziato ingenuo e secchione. Jaye Davidson, dopo la memorabile prova ne La moglie del soldato (1992) di Neil Jordan, ritorna nuovamente ambiguo nel ruolo di Ra, il personaggio più riuscito di tutta l'operazione.

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