La locandina del film "Tempi moderni"
Una scena di "Tempi moderni"

I ritmi disumani e i gesti ripetitivi della catena di montaggio portano alla follia il timido Charlot (Charlie Chaplin), operaio sfortunato che finisce in ospedale, in galera e, tra un imprevisto e l'altro, cerca inutilmente di trovare lavoro. Ritroverà speranze e voglia di vivere grazie alla Monella (Paulette Goddard), compagna di sventure con la quale s'incamminerà alla ricerca di un nuovo futuro.

A nove anni di distanza dall'invenzione del sonoro (inaugurato nel 1927 da Il cantante di Jazz di Alan Crosland) e spiazzato delle pressioni in tal senso (che lo spinsero anche a girare qualche provino parlato, poi scartato), Chaplin “prosegue” il cinema muto puntando sulla celebre pantomima del suo immortale personaggio: il vagabondo, per la prima volta, si metterà a parlare (o, meglio, a cantare) ma pronunciando frasi prive di senso. Come nessun altro è riuscito a fare prima (e dopo), l'autore orchestra una straordinaria slapstick comedy, ricca di gag irresistibili, sui mali della meccanizzazione e dello sfruttamento capitalista: il tema portante è il confronto-scontro tra l'essere umano e la società disposta a calpestarlo pur di andare avanti. A partire dall'incipit, che alterna con spietata lucidità le immagini di un gregge di pecore a quelle della massa lavoratrice, il messaggio del cineasta è fortemente politico, sottilmente provocatorio, anarchicamente poetico e quasi luddista, eppure la sua forza dirompente si maschera da aggraziata ironia e graffia ancora di più di un attacco diretto al sistema. L'invito alla liberazione da responsabilità e preoccupazioni è, per l'epoca, dirompente e ha l'enorme pregio di essere portato avanti da due personaggi lievi e bambineschi, che è impossibile non adorare. Dando prova di grande atletismo e perfetto senso del ritmo cinematografico, Chaplin regala un memorabile balletto sui pattini sull'orlo di un “precipizio”: un saggio di bravura che sembra metaforizzare l'incerta sorte dell'uomo contemporaneo sospeso tra le oscillazioni di un capitalismo capriccioso. Le sequenze memorabili, del resto non si contano: dall'esilarante macchina per nutrire gli operai all'immersione di Charlot negli ingranaggi del macchinario industriale, dall'assunzione accidentale di cocaina alla stramba danza del cameriere con l'anatra arrosto. Forse sconfortato dalle condizioni di un'America in lenta ripresa dopo la crisi del '29 rappresentata nel film, il regista aveva pensato a un finale pessimista, con la Monella ritirata in convento e il Vagabondo abbandonato. La liason romantica che lo unì alla Goddard (che l'avrebbe affiancato anche ne Il grande dittatore del 1940), gli infuse probabilmente la carica giusta per scegliere invece un'apertura alla speranza, incontro a quell'alba che sarebbe diventata una delle inquadrature più celebri e iconiche dell'intera storia del cinema. Impossibile rilevare discrepanze tra l'operaio alienato della catena di montaggio e il lavoratore odierno incollato al monitor del pc e altrettanto slegato dalla realtà. Un'opera d'arte da vedere e rivedere, di freschissima, sorprendente, attualità e uno sguardo purissimo per inquadrare, nel 1936 come oggi, il vero volto dei tempi moderni. Imprescindibile.

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