La locandina del film "Tutto tutto niente niente"

Il losco calabrese Cetto La Qualunque, lo pseudo-predicatore pugliese Frengo Stoppato e il secessionista veneto Rodolfo Favaretto (tutti e tre interpretati da Antonio Albanese) si ritrovano parlamentari, dopo essere entrati nelle grazie del misterioso Sottosegretario (Fabrizio Bentivoglio).

Dopo il successo di Qualunquemente (2011), Giulio Manfredonia torna a dirigere Antonio Albanese che, questa volta, unisce altre due sue creature al personaggio di successo di Cetto La Qualunque, creando un intreccio discontinuo e arrabattato. La comicità di Albanese è apprezzabile e, a tratti, la critica sociale dell'Italietta delle mediocrità e della corruzione funziona, ma l'insieme è troppo ambizioso e frammentario, con sprazzi di surrealismo e grottesco (il personaggio di Bentivoglio, alcune sequenze oniriche) poco riusciti. Il personaggio più rappresentativo e meno macchiettistisco, Favaretto (un Salvini ante litteram), è anche purtroppo quello che ha meno spazio, mentre La Qualunque, ossessionato dalle sue turbe sessuali, dopo un po' stanca con i suoi tormentoni. Frengo è una maschera che tira qualche stoccatina alla Chiesa, ma il tutto è troppo soft e poco caustico per graffiare davvero. Uno spento Paolo Villaggio è il Presidente del Consiglio. Nell'insieme, noiosetto.

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