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"Mindhunter": to be continued...

La domanda non è se l’hai uccisa tu, sappiamo che è così. La domanda è… perché?

David Fincher riprende possesso della macchina da presa per gli ultimi due episodi della prima stagione di Mindhunter, serie – ormai possiamo dirlo – rivoluzionaria nel genere crime in cui emerge tutto il genio del regista-produttore, capace di declinare la sua poetica autoriale anche sul piccolo schermo, vincendo senza ombra di dubbio la sfida.

E per il gran finale (comunque aperto a una prossima stagione) Fincher decide di far dialogare i due agenti con Richard Speck, “uno quasi ai livelli di Manson”, reo di aver stuprato e ucciso otto infermiere del South Chicago Community Hospital il 14 luglio 1966. Holden ne è affascinato, attratto dal mistero che circonda una figura tanto violenta e animalesca, resa splendidamente sul piccolo schermo da sequenze ipnotiche e folgoranti, in cui i dialoghi tra agenti e serial killer sono a tutti gli effetti un’opera d’arte di sceneggiatura, con ritmo invidiabile e coinvolgimento tangibile.

Fincher ora preme sull’acceleratore, prende i personaggi e li ribalta, li spolpa al punto da demolirne l’intimità, arrivando a scavare così a fondo da metterli quasi totalmente a nudo, tutti. Bugie, tradimenti, instabilità: si gioca sul filo del rasoio, regalando alla prima stagione di Mindhunter il finale che meritava, degna conclusione di una serie capace di rivisitare un genere ormai quasi saturo e che apparentemente dava l’idea di aver già detto tutto. Poi è arrivato David Fincher.

E quell’uomo inquietante che appariva per pochi istanti in ogni puntata? Tornerà, e c’è da scommettere che sarà punto fermo per la prossima stagione.

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