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The Young Pope: il gran finale

Fumata bianca. Habemus Papam. Non che ci fossero dubbi vista la qualità mostrata sin dai primi episodi (in questo pezzo abbiamo fatto un bilancio complessivo della serie), ma anche il magrittiano “Ceci n’est pas une Pope” aveva messo ben più di qualche perplessità nello spettatore, già spaesato di fronte alla figura di Pio XIII, contraddittoria e confusa, giovane e vecchia, totalitaria e compassionevole, cinica e amorevole. Umana. Con le ultime due ore di un’opera imponente e ambiziosa, Paolo Sorrentino conferma ed eleva ulteriormente il tasso di qualità mostrato nelle prime 8, dapprima portando il buio e l’oscurità in scena – e, con essi, il peccato – salvo poi ritrovare la luce vera e forte della gioia e della serenità. Un progetto che trova degna conclusione e che, si spera, farà ricredere coloro che hanno deciso di etichettarlo dopo poche sequenze come blasfemo e provocatorio. A tratti potrebbe essere innegabile che lo sia, ma fermarsi a un primo sguardo è pericoloso: un’opera così complessa è necessario guardarla nel suo insieme, nella sua totalità e nelle sue molteplici sfaccettature per poterne dare un’opinione che anche, anche in quel caso, potrebbe rischiare di non renderle giustizia. Sorrentino sin da subito ha dato libero sfogo al suo talento visionario e retorico, stilisticamente curato sia a livello verbale che estetico, lasciando alle musiche e alla luce (e alla sua assenza) il compito di scandire il ritmo, dando una fugace indicazione sulla lente da utilizzare per osservare le diverse sequenze.

 

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Ceci n’est pas une Pope

Il regista napoletano ci ha quindi invitati a percorrere assieme a lui un viaggio nelle domande di fede che, da ateo, sembra porsi e porci grazie alla figura tutt’altro che convenzionale di Lenny Belardo, che dietro alla sua armatura monarchica di Pio XIII nasconde le sue fragilità e l’assenza che è costante e ossessiva presenza nella sua vita. Il mosaico si completa episodio dopo episodio, le tessere sparse ora sembrano avere un ordine e Sorrentino è molto bravo nello sfruttare i tempi offerti dalla serie tv (10 ore, appunto) per riuscire ad approfondire le personalità messe in gioco, per cui è difficile costruirsi un’opinione sul cardinal Voiello (sorprendente Silvio Orlando) senza trovarsi diverse volte in dubbio, e lo stesso vale per Pio XIII, per suor Mary (Diane Keaton) e per tutti i personaggi presenti. La spiritualità, almeno fino alla fine, è stata lasciata alle immagini e alle opere d’arte, con la colonna sonora pronta a donare un misticismo che è assente ingiustificato (?) nel Vaticano sorrentiniano. La musica, tuttavia, è cambiata: prima condanna e distrugge il peccato alla sua origine, poi c’è spazio per l’amore, per il perdono e, infine, per la riconciliazione e la rinascita. The Young Pope, infatti, a differenza di quello che alcuni hanno scritto come verità assoluta dopo solo un’ora di visione, è un’opera complessa e fortemente spirituale, specchio di una società attuale che, parrebbe dirci Sorrentino, si trova in crisi di identità e di valori prima ancora che economica, una società dove l’uomo è perso, al punto che anche un sacerdote si pone delle domande sulla sua fede. Dove si trova la blasfemia? Dov’è l’assenza di rispetto nel pensare che il Pontefice possa avere delle passioni e che le sappia dominare? Intriso di domande universali e declinate grazie a dialoghi precisi, il percorso in cui ci invita Sorrentino è ricco di stimoli, immerso nel dubbio e nella ricerca che tuttavia non sono mai sterili o meramente provocatori, anzi, il regista sfrutta in toto il suo indiscutibile talento estetico per guidare la ricerca, mettendosi lui, in primis, nella posizione di chi non ha risposte, ma ha molti dubbi. E l’apparente assenza di Dio è da ricercarsi proprio in nome delle domande che il regista ci e si pone.

Sorrentino non risponde a tutti i quesiti, addirittura ne solleva di nuovi, evidenziando alcune debolezze di una Chiesa fatta di uomini ma guidata da un Santo, che pure si riscopre fragile, ma saldo nei suoi valori. Un Pontificato che si fonda sull’assenza di un Papa che non si mostra mai in pubblico, specchio di un tradimento mai risolto con cui i genitori di Lenny lo hanno abbandonato in tenera età, lasciando in lui una ferita che sembra incolmabile e con cui è costretto a fare i conti quotidianamente, influenzando anche la sua opera come capo della Chiesa. Una Chiesa alle prese con i suoi peccati, con situazioni delicate che Sorrentino tratta in maniera forte, uscendone comunque a testa alta, dimostrando di non usarle solo perché comodi strumenti di audience, anzi, declinandole e dando loro un senso, sempre che si abbia la pazienza di ascoltare tutto il discorso. Infatti, un film non si giudica dalle prime sequenze, è giusto averne una visione d’insieme, e allora è corretto notare come la pietà non sia più solamente quella michelangiolesca mostrata come opposto al freddo cinismo del Papa e dei cardinali, bensì è ora una realtà che si rende viva e presente, pervadendo la scena e toccando profondamente lo spettatore. «Dio è una linea che si apre»: e dopo tante preghiere e riferimenti alla Madre (del resto, anche nella Grande Bellezza era La Santa la figura positiva all’interno della Chiesa), finalmente anche il Padre si mostra e viene verbalizzato, visto, sentito. Dopotutto, il cardinal Voiello lo aveva già detto, due volte, utilizzando toni diametralmente opposti: “la Chiesa è femmina”, e lo è fino ad una delle ultime toccanti inquadrature.

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