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Il trionfo dell'arte e dei numeri nel cinema barocco di Peter Greenaway
Pittore, regista e sceneggiatore gallese, Peter Greenaway (Newport, 5 aprile 1942) studia pittura e cinema e tenta, ma senza successo, di entrare a far parte del Royal College of Art Film School. Ottiene la sua prima personale come pittore alla Lord’s Gallery nel 1964. Fin dai primi anni '60, poco più che ventenne, Greenaway mostra il suo interesse per la natura, l'architettura, la pittura, la catalogazione, la ricorsività del processo creativo e il deperimento della materia organica. Importantissima la sua produzione di cortometraggi, che inizia nel 1962 e continua per tutta la sua carriera. Con Vertical Features Remake (1978), il percorso artistico dell'autore britannico entra in una nuova e più strutturata fase. Finto documentario e pseudo trattato scientifico, il film è un progetto di 45 minuti, acerbo e spesso autoindulgente, che lascia comunque trasparire i prodromi del Greenaway a venire, esponendo con programmatica meccanicità un'interessante indagine in forma di saggio visivo che cerca di organizzare gli elementi disomogenei (verticali) che "sconvolgono" lo sviluppo omogeneo del paesaggio (orizzontale), quasi a significare, per estensione, la contrapposizione tra la poetica non-narrativa del regista gallese e il comune cinema a soggetto.

Il primo lungometraggio di Peter Greenaway, The Falls (1980), esprime in maniera limpida e cristallina quanto la creazione artistica, per l'autore gallese, coincida spesso con il tentativo di organizzare l'universo. Opera di carattere enciclopedico dalla durata decisamente impegnativa (195 minuti) che, seguendo l'elencazione alfabetica dei 92 nomi e cognomi dei singoli personaggi (tutti aventi come radice "Fall-", ovvero "caduta"), esprime il desiderio di catalogare, sulla base del rigore scientifico, natura, esseri umani e mondo animale, in particolare gli uccelli (non dimentichiamo che il padre di Greenaway era un ornitologo dilettante). Un progetto sperimentale di documentario fittizio che, raccogliendo materiale accumulato nel corso degli anni precedenti, genera un effimero film di finzione, con l'ossessiva musica di Michael Nyman pronta a scandire i brevi capitoli di cui è composto. Ogni inquadratura, anche la più anonima e sgranata, tende, a volte in modo impacciato, all'arte trasversale, ricordando la forma del collage nell'accostare elementi appartenenti ad ambiti differenti. Una pellicola che procede secondo la rigida consequenzialità numerica e che assume significato attraverso codici, sequenze e riferimenti ipertestuali. La totale assenza di identificazione dello spettatore con i personaggi, qui emblematica, sarà una delle caratteristiche fondanti anche delle opere successive di Greenaway.

Nel 1982 arriva la consacrazione definitiva a livello internazionale: approda alla Mostra del Cinema di Venezia con I misteri del giardino di Compton House (The Draughtsman's Contract), il film che ne mette in luce il talento figurativo e la capacità di far leva su svariate composizioni estetiche e formali. Tra i suoi successi spiccano Lo zoo di Venere (A Zed & Two Noughts, 1985), Il ventre dell'architetto (The Belly of an Architect, 1987) e, soprattutto, il suo capolavoro Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante (The Cook, the Thief, His Wife & Her Lover, 1989), sulfurea e scatenata commedia nera intinta nel sangue, impietosa verso i rapporti di potere. Fondamentali per capire la poetica di Greenaway sono anche L'ultima tempesta (Prospero's Books, 1991) e Il bambino di Mâcon (The Baby of Mâcon, 1993). Il suo eclettismo lo porta a cimentarsi con molte altre forme d’arte e il suo cinema si spinge sempre più alle soglie della provocazione intellettuale e dell’installazione video-artistica, come testimonia il densissimo trittico in digitale Le valigie di Tulse Luper (2003-2004), la cui prima parte è stata presentata a Cannes e la terza a Venezia. Tra i suoi ultimi film, Nightwatching con Martin Freeman nei panni del pittore olandese Rembrandt, presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2007, Goltzius and the Pelican Company (2012) e Eisenstein in Messico (Eisenstein in Guanajuato, 2015), teorico e divertito racconto di una porzione della vita del geniale regista sovietico.

«Non credo che il cinema sia un mezzo adatto alla narrazione. Se vuoi raccontare una storia, è meglio che tu faccia il romanziere»

Andiamo ora nel dettaglio del debordante e sperimentale cinema del maestro britannico, costantemente alla ricerca di nuove forme espressive atte a rinnovare il linguaggio cinematografico. Ecco i 5 film da non perdere per nessun motivo di Peter Greenaway:

5) Il bambino di Mâcon (1993)



Italia, 1659. Di fronte alla corte di Cosimo III de' Medici, va in scena la cupa rappresentazione teatrale di un dramma medievale: a Mâcon, una donna vergine sostiene di essere la madre naturale di un pargolo che, venerato come una divinità, sembra avere poteri soprannaturali. Tra realtà e finzione scenica, si consumerà una sanguinosa tragedia. Eccessivo, viscerale, granguignolesco, di un'aggressività tattile che la messinscena teatrale, giocata su due livelli, rende ancora più potente e disturbante. La percezione dell'artificio espressivo permette di abbandonarsi allo sfrenato barocchismo estetico che non risparmia simboli, allegorie erudite e riferimenti all'arte sacra accanto a liquidi organici, escrementi, animali squartati e volgarità verbali. In un'atmosfera tetra (dominata dal nero, dal rosso e dall'oro) che tende alla solennità liturgica, Peter Greenaway, ateo convinto, rivisita con personalità il teatro filmato, allargando il concetto di inquadratura per il cinema attraverso l'idea di uno "spazio coreografico" che cerca di esaltare la profondità dell'immagine senza sperimentalismi in post-produzione. Il sesso, indissolubilmente legato alla morte, diventa qui anche strumento di dissacrazione religiosa (nel contrapporsi alla verginità) e manifestazione di ambizione, avidità, sfruttamento e brama di potere in seguito alla procreazione. Il cannibalismo della fede e l'oscuro disegno divino non erano mai stati affrontati con simile coraggio. Il lugubre rituale dello stupro è una sconvolgente pagina di grande cinema, che però creò non pochi problemi al regista gallese, accusato di sadismo e misoginia. Al notevole impatto visivo contribuiscono i sontuosi piani-sequenza e i rimandi alle tele di Rubens, Bellini, Caravaggio, Jan e Hubert van Eyck, Rosso Fiorentino. Il tema musicale principale è L'Orfeo di Claudio Monteverdi. Fotografia di Sacha Vierny. Presentato fuori concorso al Festival di Cannes.

4) Lo zoo di Venere (1985)



Gemelli siamesi separati alla nascita, gli etologi Oswald e Oliver Deuce si lasciano sedurre da Alba e iniziano con lei un'esperienza autodistruttiva in nome dell'arte e della scienza. La donna, sopravvissuta allo strambo incidente stradale causato da un cigno scappato dallo zoo di Rotterdam in cui persero la vita le mogli di Oswald e Oliver, ma priva di una gamba, diventa un disturbato oggetto del desiderio per entrambi. L'aberrante ménage à trois sfocerà in un rituale di nascita e morte. Cerebrale, affascinante, scientifico, funereo, asettico, sperimentale. Il terzo lungometraggio di Peter Greenaway è una pellicola estrema che indaga con rigore enciclopedico l'ossessione del regista gallese per la simmetria, la duplicazione, i richiami ipertestuali, il mondo animale, il tempo che decompone e distrugge, gli intervalli finiti, la modernità (i neon), la ciclicità dell'evoluzione e la ripetitività del processo artistico (suggerito anche dalla musica), la morte. Attraverso un linguaggio che destruttura i codici del cinema classico, a partire dalla totale assenza di empatia per i personaggi, il rifiuto dello storytelling e l'annullamento del ruolo dell'attore, il film diventa un'opera d'arte concettuale, affastellata di simboli, rimandi mitologici e pittorici (Vermeer, i gelidi ritratti dei corpi nudi, le nature morte) e richiami all'organizzazione dello spazio in termini di idee matematiche. Perché, dopotutto, persino gli iconoclasti esistono solo in rapporto a ciò che distruggono. Una esperienza visiva faticosa ma unica, in cui lo spettatore è forzato ad assimilare le suggestioni visive e teoriche attraverso un processo mentale anti-surrealista che interseca cinema, teatro, scienza, fotografia e pittura. «Penso che i film, così come ogni lavoro artistico, dovrebbero essere fatti in modo da essere visibili all'infinito» (Peter Greenaway). Il titolo originale allude alla parola "zoo", ma anche ai nomi dei due protagonisti. Sublime nello studio prospettico e simmetrico dell'immagine, grazie anche all'eccellente lavoro di Sacha Vierny, storico direttore della fotografia di Alain Resnais qui alla sua prima collaborazione con Greenaway. Musiche di Michael Nyman.

3) I misteri del giardino di Compton House (1982)



Inghilterra, 1694. Il superbo paesaggista Neville riceve un insolito incarico da parte della viziosa e astuta Mrs. Herbert: l'artista dovrà dipingere dodici vedute da angolazioni differenti di Compton House, lussuosa dimora di campagna della donna. Il contratto prevede che Neville possa usufruire liberamente dell'ospitalità e del corpo della padrona di casa. Quando i suoi disegni diventeranno l'unica testimonianza di un omicidio, l'uomo si troverà al centro di una tragica macchinazione. L'opera che portò all'attenzione della critica internazionale il talento di Greenaway e una delle sue pellicole più omogenee, in grado di unire indagine teorica (verità dell'arte, dominazione di classe, intelletto, desiderio carnale e morte) e splendore figurativo, frutto degli studi pittorici del regista gallese. Il raffinato gusto per l'enigma trova nella maniacale cura della composizione dell'immagine non solo una sublime scelta estetica, ma anche l'espressione di un'idea di cinema intellettuale orgogliosamente anti-hollywoodiano che rifiuta ogni forma canonica di progressione drammatica. Eccellente esempio di cinema per il cinema, in cui l'immobilità della macchina da presa, interrotta da un movimento che, in segno di frattura con il linguaggio classico, non segue la naturale alternanza del dialogo tra gli interpreti in scena, rende ogni fotogramma un quadro su pellicola. Greenaway non rinuncia, inoltre, a mettere in luce la dissoluzione morale dei personaggi, smascherandone bassezze o perverse finalità, secondo una visione della Storia come una forma di entertainment. Influenzato, dal punto di vista estetico, da Eaux d'artifice (1953) di Kenneth Anger, dal kubrickiano Barry Lyndon (1975) e dalla figurazione del pittore americano R.B. Kitaj (1932-2007), evidente nelle griglie di Neville, che coincidono con lo sguardo dello stesso Greenaway. Straordinaria partitura musicale di Michael Nyman, che asseconda l'idea di riproducibilità all'infinito del processo creativo.

2) Il ventre dell'architetto (1987)



Architetto americano giunto a Roma per allestire un'esposizione dedicata all'architetto francese Étienne-Louis Boullée (1728-1799), Kracklite, affascinato dall'arte che lo circonda, si trova a essere sempre più ossessionato dagli studi e dalle creazioni di Boullée, tanto da identificarsi con lui. In preda al delirio e a un presunto cancro al pancreas (causa della morte dell'artista settecentesco), dovrà fare i conti anche con l'adulterio della moglie, invaghitasi del giovane borghese Caspasian. Nel quarto lungometraggio di Peter Greenaway, nascita, creazione artistica e morte si ripetono ciclicamente, in un processo di imitazione fuori dal tempo. Un'opera sulla perfezione della forma (cupole, archi, colonne, statue), sulla geometria dell'architettura, sulla prospettiva, sull'armonia delle linee che dipingono il paesaggio, ma anche sulla malattia, il possesso, l'umiliazione, l'autodistruzione. Il ventre malato di Kracklite, il ventre di sua moglie incinta e Roma, ventre dell'architettura occidentale, che divora e digerisce tutto, gli stili, le epoche, le persone, le ideologie: il regista gallese raggiunge un'alchimia rigorosa che non lascia spazio a eccessi o accumuli di informazioni, realizzando una pellicola dalla traiettoria inappuntabile. Arte in movimento (rinascimento, barocco, neoclassico) che si nutre della familiarità di Greenaway nel ritrarre la carnalità del corpo nudo, vulnerabile e spogliato di sensualità. La cultura convive con gli istinti primitivi dell'aspetto animalesco dell'uomo, segnato da appetito sessuale e volgarità della parola. Un suggestivo viaggio nella bellezza incrinata dall'ossessione, concepito come un ritratto denso di rimandi e rime interne. La straordinaria fusione tra immagini e musica dà vita a un'opera che è come un palco a teatro, e Roma è lo spettacolo. Eccezionale fotografia di Sacha Vierny, giocata su una tavolozza cromatica che esclude i toni del blu e del verde, secondo una codificazione basata sulla simbologia del colore nella pittura rinascimentale. Magnifiche musiche di Wim Mertens, costumi di Maurizio Millenotti. Presentato in concorso al Festival di Cannes.

1) Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante (1989)



Cliente abituale del raffinato ristorante londinese "Le Hollandais", di cui è proprietario insieme all'astuto chef francese Richard, il triviale, sboccato ma elegante Albert Spica è a capo di una banda di eccentrici criminali. Durate una delle tante sere passate nel locale, sua moglie Georgina, costretta a subire non poche umiliazioni dal marito, si invaghisce del pacato libraio Michael. Sarà l'inizio di una agghiacciante spirale di morte e vendetta. Una delle opere più armoniose, limpide e cristalline di Peter Greenaway, ammirevole per densità di significati simbolici (potere, sopraffazione, violenza, volgarità) e per ricercato impianto visivo. L'intransigente sperimentalismo enciclopedico degli esordi lascia qui il posto a un sublime concerto audiovisivo in cui musica e immagini si fondono per ricreare un allegorico "Teatro del sangue" che rende tangibile la corporalità dell'essere umano. Al sesso e alla morte, costanti nella poetica del regista gallese, si aggiunge qui la presenza del cibo come supremo, mostruoso, surplus consumistico di una classe borghese che si nutre di se stessa in uno scenario da girone infernale. Pur nella sua geniale demistificazione della cultura perbenista, è esemplare il totale disinteresse per qualsiasi riferimento alla condizione socio-politica dell'epoca, quando il cinema britannico brulicava di registi "operai" pronti a riempire di ideologia le proprie pellicole. Cinema puro in veste di sanguigno ma distaccato rituale, in cui il Tempo, che riflette il decadimento delle cose e la caducità del corpo, ovvero la morte, è subordinato allo Spazio, estensione delle potenzialità della pittura. Straordinario lo studio formale, con i cromatismi e le interazioni dei piani spaziali all'interno dell'inquadratura che tendono allo splendore plastico-figurativo della pittura fiamminga e barocca. La staticità ipnotica della messinscena è sublimata da geometrici quanto avvolgenti movimenti di macchina che scivolano trasversalmente, con lunghi carrelli, tra le dimensioni parallele (sala del ristorante, cucina, toilette) in cui assumono significato i gesti dei personaggi. «Uno sguardo a occhi aperti sulla crudeltà, sulla rapacità e sullo sfrenato egoismo dell'uomo, un'avventura sul terreno delle ossessioni meno confessabili, che ci spaventano, sgomentano, scandalizzano e disgustano, ma che ci tormentano tutti» (Peter Greenaway). Fotografia di Sacha Vierny, musiche di Michael Nyman, scenografie di Ben Van Os e Jan Roelfs, costumi di Jean-Paul Gaultier. L'enorme quadro che domina la sala del ristorante è Il banchetto degli ufficiali della guardia civica di San Giorgio (1616) del pittore olandese Frans Hals. Straordinario.

Davide Dubinelli