News
I VOSTRI ELABORATI: WORKSHOP LIVE “IL CINEMA DI ALFRED HITCHCOCK”!
Durante il workshop live dedicato al cinema di Alfred Hitchcock, abbiamo proposto ai partecipanti di scrivere un elaborato su un elemento emblematico del cinema del "maestro del brivido". Ecco i lavori che hanno meritato la pubblicazione!

Lucia Cirillo
 
HITCHCOCK: COME TRADURRE IL CINEMA DALL’INGLESE ALL’AMERICANO

Non era soddisfatto di quel piccolo film. Del resto può capitare anche al più grande di tutti di ritenere di dover ammettere che un progetto non si riveli in linea con le attese.
“Sabotaggio”, tratto da un romanzo di Conrad intitolato “L’agente segreto”, è un film del 1936 di cui Hitchcock non conservava un buon ricordo e per il quale, nella sua famosissima conversazione con Truffaut, ebbe a dire che era “Un film disordinato. Costruito in modo approssimativo”. Peraltro anche il suo interlocutore, che pure aveva per il maestro un’adorante venerazione, concordava con lui.  Quel film, di soli 76 minuti e girato durante il suo periodo inglese degli esordi, non convinceva nessuno dei due. Eppure, riconsiderando questo film alla luce di tutto il percorso successivo della carriera di Hitchcock e anche di un tempo che ne ricompone logiche e fonti di ispirazione, c’è qualcosa di troppo stonato in un giudizio così tranchant verso una pellicola già così ricca di spunti.
Si potrebbe quindi provare a dimostrare che in realtà “Sabotaggio” sia un film capace di rivelare l’essenza di un regista dalle idee già molto chiare sul suo modo di intendere il cinema e su quali aspetti della condizione umana gli interessava indagare. Per facilitare questo tentativo potrebbe essere d’aiuto intercettare delle parole-chiave legate, unite a qualche riferimento metodologico adottato, a fungere da indicatori della portata rivoluzionaria della sua successiva (e ben più fortunata) avventura americana. Non stupisce a questo punto l’idea di poter di partire proprio dal titolo per evidenziare questo percorso.

Sabotaggio: Il titolo è anche la parola, attraverso una inquadratura a tutto schermo, a cui viene data una definizione chiara e senza equivoci presa addirittura da un dizionario. Al dettaglio nominalistico puntuale si contrappone fin da subito l’ambiguità di una vicenda in cui niente si rivelerà essere come sembra
Lampadina: la seconda inquadratura è ancora un’immagine in primo piano, quella che forse rappresenta l’oggetto-simbolo del cinema Hitchcockiano. La luce, e quindi anche l’ombra (immediatamente dopo ci sarà addirittura un black out), è una componente narrativa imprescindibile per la creazione di suspense, suggestioni, atmosfere, scelte estetiche, risvolti nodali. La lampadina anche come simbolo del progresso e della tecnica, della sua ossessione a sperimentare i nuovi metodi a disposizione per migliorare la fotografia. E ancora, è l’espressione di una città che è anche la patria della rivoluzione industriale e cuore pulsante dell’economia liberista. Una lampadina inquadrata all’inizio di un film non può che rappresentare una scelta dal forte valore simbolico. 
Londra: la storia viene immediatamente contestualizzata grazie alle inquadrature di luoghi tipici di Londra. Proprio come accadrà per “Frenzie”, il primo film del rientro in patria dopo la gloriosa esperienza americana. Ma, si sa, America e Inghilterra accolgono “due popoli divisi dalla stessa lingua” e Hitchcock non sarebbe stato Hitchcock senza la sua “inglesità”, che altro non vuol dire se non un preciso modo di pensare, di fare le cose, in sostanza, un punto di vista del tutto peculiare sul mondo. Pensare a questo significa trovare assolutamente coerente il suo ritorno in patria proprio nell’ultima fase della sua carriera. 
Sala cinema: lì, dove ciò che appare è già menzogna e si scontra con verità a loro volta soltanto apparenti. La sala vista anche come il luogo in cui legittimare delle pulsioni voyeuristiche. Il “finto” gestore usa il suo cinema solo come attività di copertura. Essere altro da ciò che si appare sarà un altro dei temi assolutamente centrali di tutto il cinema successivo di Hitchcock.
Negozio di uccelli: in questo caso è persino superfluo esplicitare il collegamento diretto con quello che sarà suo capolavoro più angoscioso “Gli uccelli”. “Non dimenticate che gli uccelli canteranno alle 13:45”. Il momento più alto di suspense di tutto il film è associato a esseri tipicamente poco controllabili. E come non ricordare quella famosa scena dell’esplosione nel tram collegandola a quella pressoché omologa de “L’infernale Quinlan” di Orson Welles? Il meccanismo generatore della suspense è pressoché identico: lo spettatore sa che sta per esplodere una bomba mentre ignari personaggi attraversano tranquilli una città che non si cura della gravità di quanto sta per accadere di lì ad un tempo che conosce solo chi guarda
Polizia: la polizia arriva sempre dopo il fatto e, oltretutto, non capisce mai l’avvenimento nella sua interezza. Il gusto nel farsi beffa delle forze dell’ordine comincia dagli esordi e sarà ripreso spessissimo nelle sue pellicole. Il cinema come valvola di sfogo, spesso anche molto ironica, per esorcizzare traumi infantili rimarrà sempre una cifra tipica del suo cinema 
Accoltellamento: è una scena priva di violenza. Un puro esercizio di stile, la restituzione di uno stato d’animo senza alcuna esplicitazione di efferatezza e la cui efficacia nella resa è restituita esclusivamente dal sapiente uso della macchina da presa, molto ravvicinata sugli sguardi degli attori e sull’oggetto principale, il coltello. Anche in questo caso fin troppo esplicito il collegamento con la magistrale prova dell’accoltellamento in Psyco.

Il periodo inglese, l’esordio di colui che forse è il più grande regista mai esistito, sconta l’inesperienza e un approccio sperimentale e ancora grezzo, oltre all’impossibilità di poter contare su grandi budget e nomi prestigiosi. Per questi bisognerà attendere il periodo americano e tutto quanto la potente macchina di Hollywood poté consentirgli di fare per rendere iconico e immortale il suo cinema. Eppure Hitchcock era già tutto lì, in quella patria che lo ha plasmato e reso pronto ad esportare un talento che in America avrebbe trovato, inevitabilmente, la sua espressione più compiuta. 
Ma non certo la sua genesi.

Gianluca Grannò 
PSYCO: LA SUSPENSE, LA COLPA E IL CASO

Spesso, nei film del “padre della suspense”, i protagonisti sono innocenti, coinvolti, loro malgrado, in questioni criminali; molto di frequente ingiustamente accusati e, in alcuni casi, senza neppure saperne il motivo. Destino d’altronde condiviso dal piccolo “Hitch”, portato in prigione, anche solo per qualche minuto, e accusato da un misterioso biglietto stretto nelle mani di un poliziotto.
In PSYCO questo non accade: non si parla di innocenti. 
L’inizio è un movimento di macchina a scoprire la città, poi l’inquadratura si abbassa, facendoci lentamente entrare furtivamente dalla finestra di una camera d’albergo, uno di quelli “che non si interessano con chi e come entri”.
Stiamo spiando degli amanti, capiamo che un peccato è stato commesso.
Non è un innocente la protagonista della prima parte del film: una sensuale Janet Leigh sdraiata sul letto è al centro della scena.
Di lì a poco coglierà l’occasione di cambiare la sua vita rubando un’ingente somma di denaro. 
Inizia così una serie di esaltanti sequenze dalla crescente tensione che porteranno Marion (Janet Leigh) a lasciare di fretta il suo appartamento.
Basta poco ad Hitchcock per descrivere la situazione: un’inquadratura su delle banconote che fuoriescono dalla busta e un movimento di macchina che mostra una valigia riempita velocemente.
Da questo momento in poi, ogni sequenza segue magistralmente la precedente, come se fossero “incollate” da un perfetto meccanismo di incalzante tensione.
La maestria del regista è quella di mettere Marion al centro della narrazione e di accompagnare la fuga con il susseguirsi vorticoso dei suoi pensieri.  In questo modo lo spettatore ha la possibilità di seguire, attraverso la creazione di un legame empatico, il percorso della sua coscienza che oscilla tra la preoccupazione di essere scoperta e il desiderio di farla franca.
Quando sembra che possa lasciarsi tutto alle spalle, avendo messo tra lei e il reato la strada necessaria per non essere rintracciata, grazie all’auto appena comprata, arriva l’elemento decisivo, determinante, imponderabile: “il caso”, una pioggia torrenziale la costringe a fermarsi nell’unico posto dove non avrebbe dovuto. L’insegna luminosa del Bates Motel sembra quasi sbarrarle la strada in mezzo al nulla.  
La sagoma di una donna alla finestra ci anticipa quello che verrà e ci conduce verso la sequenza più celebre del cinema di Hitchcock che ci apre, con una pregevole sterzata narrativa, le porte di un “nuovo” film, facendoci entrare nell’incubo di casa Bates.  
“Il caso”, beffardo, è sia il processo, sia la sentenza. 
Colpisce come sia il Caso a determinare il destino di Marion, così come è stato il Caso l’elemento decisivo in MATCH POINT di Woody Allen (forse il suo film più hitchcochiano) in cui il lento, suggestivo danzare dell’anello sulla ringhiera cambia le sorti del colpevole, come il volteggiare della pallina sulla rete determina l’esito di una partita di tennis.
Il cinema di Hitchcock è perfetto nella sua costruzione narrativa, la sua regia svela progressivamente “il giusto”, mostrando e nascondendo di volta in volta elementi narrativi, a noi e ai protagonisti, allo scopo di stuzzicare la nostra curiosità e mantenere alta la tensione, giocando, passo dopo passo, nelle ombre della nostra psiche.                    

 
Maximal Interjector
Browser non supportato.