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From Berlinale with Love: i migliori film della 72ª edizione, da Rithy Panh a Claire Denis
Manifestazione da sempre globale e inclusiva, la Berlinale ha messo ancora una volta sul piatto una selezione estremamente stimolante, da scoprire spaziando in tutte le sezioni in cui è strutturato il festival, non soffermandosi solo sui film del concorso principale. Un Festival di Berlino che ha dovuto fare i conti con i disagi dei protocolli sanitari ancora in atto, ma che comunque si è configurato come un grande evento in presenza rivolto al futuro, sperando che la situazione possa tornanare alla normalità nel più breve tempo possibile.

Oltre al presidente M. Night Shyamalan, è da segnalare la presenza nella giuria internazionale del regista e sceneggiatore giapponese Ryūsuke Hamaguchi, autore di Drive My Car, uno dei film più belli del 2021, vincitore del Prix du scénario a Cannes e candidato a ben quattro premi Oscar (miglior film, miglior regia, migliore sceneggiatura non originale e miglior film internazionale).

Ecco i nostri 5 colpi di fulmine di questa edizione 2022:

5) Both Sides of the Blade (Claire Denis)



Scritto dalla regista insieme a Christine Angot, che aveva firmato con lei la sceneggiatura de L’amore secondo Isabelle del 2017, film con cui ha molto a che fare, Both Sides of the Blade narra di tormenti amorosi sfacciati e di un triangolo sentimentale tanto doloroso quanto difficile da comprendere. Se alcune svolte narrative appaiono poco credibili e studiate a tavolino, la freschezza e l’intensità della cinepresa di Claire Denis riesce a nascondere i limiti di un prodotto che riesce a parlare con profondità delle relazioni umane ai tempi della pandemia, mostrando tre figure ugualmente tormentate e che finiranno per avere percorsi simili. Accompagnato dalle bellissime musiche dei Tindersticks (splendida la canzone sui titoli di coda), abituali collaboratori della regista e fondamentali per dare espressività alle sue pellicole, il film coinvolge con garbo ed eleganza, e trova nelle interpretazioni un indiscusso valore aggiunto. Per chiunque ami l’arte del recitare, è un piacere straordinario vedere le discussioni domestiche tra due giganti del cinema francese come Juliette Binoche e Vincent Lindon, entrambi perfettamente calati in due ruoli tutt’altro che semplici. Presentato in concorso.

4) Coma (Bertrand Bonello)


La pandemia secondo Bonello: si potrebbe riassumere così Coma, un film in cui il regista si mette direttamente in campo con un incipit e un epilogo in cui si sente il suo desiderio intimo di provare a riconnettersi con sua figlia, trovando una chiave per comunicare in un momento tanto difficile. La figlia del regista, mentre si apprestava a entrare nella maggiore età, ha visto il mondo fermarsi a causa della crisi sanitaria e l’autore di Nocturama dedica a lei questa pellicola, che ha come protagonista un’adolescente costretta a stare in un vero e proprio limbo durante il lockdown, tra incubi terrificanti, chiamate di gruppo con le sue amiche e una curiosa influencer, di nome Patricia Coma, di cui segue ogni nuovo video con grande attenzione. Mescolando animazione e live action, incubi terrificanti e chiamate di gruppo sul computer, video su youtube e pericoli dell’universo virtuale, Bonello dirige un dramma anomalo, che parla sia del trauma individuale, sia di quello collettivo dell’intero pianeta, con immagini che riflettono anche sul riscaldamento globale. A tratti la visione è fin troppo arzigogolata e un po’ confusa, ma la forza delle immagini e il messaggio intimo dell’autore rendono Coma un prodotto toccante e intelligente, oltreché dotato di un buon coraggio nel parlare di un tema tanto delicato attraverso un linguaggio quasi sperimentale. Una segnalazione importante per gli attori celebri che hanno prestato la loro voce partecipando a questo film: da Laetitia Casta a Louis Garrel, da Vincent Lacoste a Anaïs Demoustier, fino al compianto Gaspard Ulliel, attore morto tragicamente a seguito di un incidente sugli sci, circa un mese prima della presentazione di Coma al Festival di Berlino. Presenato nella sezione Encounters.

3) Leonora addio (Paolo Taviani)


L’esordio in solitaria di Paolo Taviani a quattro anni di distanza dalla morte del fratello Vittorio. Riprendendo il titolo di una novella di Pirandello, Taviani fa un grande omaggio a quello scrittore che aveva già adattato, insieme a suo fratello, in Kaos (1984) e poi in Tu ridi (1998). Strutturato in una maniera decisamente libera e curiosa, Leonora addio passa dal bianco e nero al colore, interrompendo spesso il suo flusso narrativo tanto da concludersi con la trasposizione di un’altra novella, Il chiodo, che Pirandello aveva scritto poco prima di morire. Sia per il collegamento con lo scrittore siciliano sia per la presenza di numerosi funerali ed estremi saluti, si coglie come il film sia un vero e proprio “lungo addio” al fratello Vittorio, nominato anche esplicitamente con una dedica speciale. Ed è proprio questo sentimento sincero e profondo che rende la visione di questa pellicola particolarmente ricca e toccante, oltreché frutto di una raffinatezza formale a dir poco evidente. In questa rappresentazione di un’Italia vittima del suo immobilismo e delle sue superstizioni, c’è anche qualcosa che zoppica qua e là a causa di un ritmo che subisce qualche calo di troppo, ma il disegno complessivo regge alla distanza regalando anche un finale emozionante. Non era semplice dare vita a una visione tanto spontanea di fronte a tematiche complesse come queste, ma Paolo Taviani ci è riuscito firmando un'opera, imperfetto ma affascinante, che lascia anche diversi spunti su cui riflettere al termine della visione. Unico film italiano del concorso.

2) Peter von Kant (François Ozon)


Basta un fotogrtamma per capire l’intero senso di quest’operazione: François Ozon, in una delle sfide più ambiziose della sua carriera, apre questa pellicola con un’immagine degli occhi di Fassbinder, messi in primissimo piano per dichiarare fin da subito come questo sia un film di un vero e proprio fan del regista tedesco. È un omaggio a tutti gli effetti Peter von Kant, che rielabora al maschile la pièce dello stesso Fassbinder, Le lacrime amare di Petra von Kant, da cui il grande autore ha tratto nel 1972 quello che rimane forse il suo massimo capolavoro. Un film sul potere psicologico, sulla sottomissione e sull’arte cinematografica, capace di trattare con grande spessore i rapporti umani, esattamente come la pellicola da cui prende spunto. Ozon mette in scena Fassbinder rileggendo il suo testo, ma rimanendone fedele allo spirito e optando per un protagonista che, a partire dai vestiti, rimanda direttamente al regista tedesco. Ozon sa di non poter competere con l’estetica irraggiungibile dell’originale (la fotografia di Michael Ballhaus mette ancora oggi la pelle d’oca), ma gioca esplicitamente di riflessi, sfiorando la maniera e con qualche calcolo di troppo, ma riuscendo ugualmente a rendere intensa più che mai la materia narrativa originaria. La confezione è curata, il coinvolgimento altissimo e tanto basta, nonostante più di un passaggio studiato a tavolino. Notevole l'atto finale, per un film che cresce alla distanza. Ottima prova di Denis Ménochet, ma una menzione speciale la merita Hanna Schygulla (tra le protagoniste del film originale) nei panni della madre del personaggio principale: è lei uno dei tanti collanti tra questo lungometraggio e quel film immortale firmato Fassbinder. Film d'apertura di questa edizione.

1) Everything Will Be Ok (Rithy Panh)


Dopo il bellissimo L’immagine mancante del 2013, Rithy Panh torna a usare i pupazzi, mescolando documentario, materiali d’archivio, allegorie e simbolismo: una serie di diorami fortemente teorici sono alla base di questa potente operazione, che non guarda più (soltanto) al passato dei genocidi e al presente delle dittature, ma a un futuro distopico ancora più inquietante. La storia si ripete, anche con gli animali al potere, in questo lungometraggio che è un vero e proprio grido d’allarme che utilizza la storia del cinema per farci riflettere: da Méliès a Chris Marker (numerosi i riferimenti a La jetée), passando per Dziga Vertov e per le sue teorie relative al “cineocchio”, Panh regala un’esperienza audiovisiva tanto strabiliante quanto angosciosa per costringerci a guardare ciò che abbiamo fatto e… ciò che siamo. Grazie, ancora una volta, alle parole dello scrittore Christophe Bataille, il regista cambogiano accompagna il suo apparato visivo (i pupazzi sono immobili) con una onnipresente voce narrante che rappresenta proprio le parole delle immagini d’archivio che gli animali a capo della Rivoluzione si mettono a guardare. Rithy Panh ci ricorda che si può fare cinema di denuncia non solo attraverso il contenuto, ma anche attraverso una forma che muovendo dai materiali di repertorio raggiunge una grande novità estetica ed espressiva. attraverso il montaggio e l’uso dello split screen. Il titolo, Everything Will Be Ok, prende spunto dallo slogan presente sulla maglietta di un’adolescente uccisa in una manifestazione di protesta in Myanmar. Una base di partenza terribile e coerente per un’operazione che non lascia indifferenti e che non può non farci riflettere sul nostro futuro: le forme del passato (i film della nostra storia, i pupazzi di legno, una voce che ci accompagna) sono forse ancora il modo migliore per rappresentare i pericoli dell’avvenire. Il film più bello del concorso.

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