Da ormai diversi anni longtake cura una parte del corso di Film Critic & Festival Programmer della Civica Scuola Luchino Visconti di Milano. Durante le lezioni abbiamo chiesto alle studentesse e agli studenti di scrivere una loro recensione personale di un film a loro scelta. Ecco quella di A History of Violence scritta da Samuele Colaleo.
Il regista David Cronenberg sporca la figura del celebre attore Viggo Mortensen.
Siamo a Millbrook, Indiana, una città idilliaca dove vive il protagonista Tom Stall, assieme a sua moglie e ai figli. Una notte, due criminali minacciano di derubarlo e li uccide per legittima difesa, a sangue freddo. Verrà acclamato come un eroe. Una serie di eventi ci faranno scoprire il suo passato violento e le conseguenze che avrà sulla sua famiglia.
Cronenberg apre il suo diciassettesimo lungometraggio iniettando, da una parte, paura e morte a una bambina innocente e, dall’altra, facendo scoprire al protagonista dal brutale passato l’amore e la serenità. Ma se li sono meritati?
La visione ci pone un dilemma: Tom è un eroe o un assassino? La sua azione è stata giusta o sbagliata? La sua identità è reale o una montatura? La risposta è che la violenza ha sempre fatto parte della vita di Joey Cusack, vera identità di Tom. Infatti, ucciderà molte altre persone durante la pellicola come per professione e la sua famiglia riuscirà ad accettarlo per come è veramente?
I contrasti
Oltre al dilemma iniziale, il film può essere letto attraverso una serie di contrasti, a partire dalla locandina, piena di chiari e scuri. Il volto di Viggo Mortensen è per metà illuminato e per metà oscurato da una pistola: riferimento al suo doppio. Lo sfondo è diviso da una parte inferiore illuminata, dove è presente Maria Bello, e da una parte superiore con un cielo cupo e la pistola. Interessante vedere come il protagonista si erga al centro della composizione, sia otticamente sia sulla struttura a tre livelli della grafica: si trova infatti in quello intermedio. Ha i piedi in due scarpe, due ruoli.
Nella filmografia del cineasta la filosofia del doppio non è un concetto nuovo: lo abbiamo intravisto precedentemente ne La Mosca, con lo scienziato e il mostro. Successivamente, ne La promessa dell’assassino, ancora Mortensen è partecipante attivo della criminalità organizzata russa, ma anche membro della FSB.
Soprattutto in A history of violence riprende appieno la psicoanalisi di Sigmund Freud ne Il Perturbante; infatti, la repulsione dell’Io verso l’Altro è presente in tutti i protagonisti citati.
Gli elementi in conflitto nel film non sono pochi. Sono state girate due scene di sesso: la prima dolce e giocosa, la seconda brutale e dolorosa. Entrano in contatto anche esperienze adolescenziali nelle vite adulte, con il roleplay erotico di Edie Stall, ma anche la curiosità di Jack Stall, che prende in mano il fucile del padre appena ne ha occasione.
Se ora Tom vive nella bolla di pace che è Millbrook, Joey, assieme al fratello, è coinvolto nella malavita presente nella città di Philadelphia. Il concetto di famiglia perfetta che si è creato, provenendo da una famiglia criminale, entra in contrapposizione.
Il tutto viene corrisposto dal sodalizio con Howard Shore, che compone pezzi che sembrano usciti dalle rassicuranti vie di Hobbiville ne Il Signore degli Anelli e brani lugubri e pieni di tensione usciti direttamente da un film horror.
Il regista è finalmente riuscito a realizzare un film che narra un protagonista in conflitto con sé stesso, abbandonando la mutazione e la distruzione del corpo, ma esponendolo unicamente per quello che è davvero, mostrando le sue scelte, il suo passato e il suo essere.
Samuele Colaleo