Presentato all'81 esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, À pied d’ouevre di Valèrie Donzelli si configura come un’opera estremamente sensibile, umana e profondamente politica, non a caso premiata per la migliore sceneggiatura. La regista francese porta sullo schermo l’omonimo romanzo di Frank Courtès, dando origine a una riflessione cinematografica sul rapporto tra vocazione individuale e sistema economico contemporaneo.
Dietro a una narrazione all’apparenza semplice, il film si dirama in un discorso più ampio: interroga la condizione dell’individuo in una società sempre più dominata dalle logiche della produttività e del rendimento. Al centro della pellicola vi è Paul Marquet, interpretato da Bastien Bouillon, un uomo dedito alla scrittura, una mera necessità a cui non può evitare di adempiere, quasi fisiologica.
Si mostra come una scelta radicale e radicata nel suo spirito critico, che inevitabilmente lo pone in contrasto con i valori dominanti della società del ventunesimo secolo. In un contesto nel quale il successo viene misurato attraverso la disponibilità economica, la carriera e uno status sociale, dedicarsi alla scrittura diventa un gesto politico, di opposizione e rottura. L’opera si configura come una critica diretta ed esplicita al capitalismo e alle imposizioni simboliche che esso esercita.
Paul in questa fase della sua vita si interfaccia con il precariato, sfiorando la sopravvivenza dedicandosi a lavori umili pur di preservare il tempo necessario alla scrittura. È una battaglia per la libertà: il diritto di scegliere a cosa dedicare la propria esistenza.
Con una narrazione intima e un’analisi introspettiva, Donzelli porta sugli schermi le abitudini, le frustrazioni e i pensieri del protagonista, smascherando la superficialità di una società ossessionata dal raggiungimento di uno status sociale. Il “Dio Denaro” è il fulcro di una mentalità che riduce l’esistenza umana in un continuo raggiungimento di obiettivi tangibili, accantonando passioni e vocazioni a momenti stantii della giornata.
In questa dimensione la scrittura assume un valore sovversivo, il protagonista non è alla ricerca né di ricchezza tanto meno di riconoscimento sociale, anzi rivendica il diritto di dedicare il proprio tempo a un’attività che risulta vitale. Il tempo libero si mostra come un privilegio all’interno di uno stato che tende a monetizzare ogni momento della propria esistenza.
À pied d’oeuvre sembra richiamare il pensiero marxista, in particolare il concetto di alienazione derivato dal sistema capitalistico. All’interno del quale l’individuo giunge ad identificarsi solo con ciò che produce, accantonando e dimenticando progressivamente il legame con la propria dimensione autentica.
A rafforzare tale analisi interviene la messa in scena. Donzelli contrappone un ritmo lento, riflessivo e accogliente nei momenti dedicati alla scrittura, mentre è la frenesia che caratterizza i luoghi e i tempi della smaniosa produttività che domina il nostro tempo.
Attraverso una rappresentazione sofferta e dettagliata si evince che il vero conflitto risiede nell’incapacità del sistema odierno di donare valore a ciò che non genera immediatamente profitto. In tal senso, la passione diviene un atto politico: scegliere di scrivere equivale a sottrarsi a un modello economico che pretende di definire totalmente il mero significato dell’esistenza.
In conclusione À pied d’oeuvre si rivela un’opera profondamente attuale, in grado di interrogare lo spettatore sul legame tra la libertà personale, l’identità e il lavoro. Il film stimola una riflessione sullo spazio rimanente da dedicare a vocazioni autentiche all’interno di un sistema che tende e intende trasformare ogni attività umana in produzione. Una pellicola dolce ma allo stesso tempo forte, in grado di ricordare che in un mondo governato dall’efficienza e dal rendimento prediligere di dedicarsi alla propria passione può impersonare un atto di resistenza.
Federica Severo