Amici miei: analisi del cult di Mario Monicelli
05/01/2026

Da ormai diversi anni longtake cura una parte del corso di Film Critic & Festival Programmer della Civica Scuola Luchino Visconti di Milano. Durante le lezioni abbiamo chiesto alle studentesse e agli studenti di scrivere una loro recensione personale di un film a loro scelta. Ecco quella di Amici miei scritta da Andrea Raciti.


"Vivere è dar vita all'assurdo. Dargli vita è anzitutto sapere guardarlo", citazione di Albert Camus.

Qual è il miglio modo per affrontare l'assurdo se non con la risata? Questa è la sfida che Monicelli ci lancia, attraverso un racconto estremamente lucido e crudele sull'Italia del '75. In una società immersa negli anni di Piombo, il regista ci invita a non prendere nulla sul serio, al punto che viene da chiederci, come il Perozzi dice, se gli imbecilli sono loro che la vita la prendono sul gioco, o gli altri che la prendono come dei lavori forzati. O forse lo sono entrambi…

I protagonisti guardano in faccia l'assurdità di quell'Italia e decidono di riderci sopra. Ognuno di loro è rappresentante del fallimento di una specifica classe sociale ed è immerso nella propria quotidianità.

Consci di non poter dare un senso alla propria vita, i protagonisti scelgono di evadere. Comparano il momento della zingarata all'amore per una donna, “nasce quando nasce e quando non c'è più è inutile insistere, non c'è più", dice a riguardo il Perozzi. Sono come dei Dongiovanni, alla ricerca di donne diverse, dando tutto loro stessi a ognuna di loro, ma non per il gusto di collezionare, ma perché è solo così che si sentono vivi.

Come degli attori i protagonisti del film mettono in scena diversi personaggi nei vari numeri comici, interpretando ruoli diversi, dai vari ingegneri, comandanti, o mafiosi, sempre con lo scopo di prendersi gioco della contemporaneità con una vena di umorismo che lascia a noi spettatori oltre la risata, delle riflessioni, attraverso scene come la distruzione dei piccoli paesi, al problema delle mafie, prendendosi gioco perfino della morte. Ma la morte è presente e quando alla fine arriva non possiamo far altro che chiederci se sia pure quello uno scherzo o no. Ha la funzione di mostrare ai protagonisti ciò che effettivamente sono: cioè nessuno. Ed è di questo che hanno paura. Le zingarate servono per evadere da questa sensazione di vuoto, dall'incertezza verso il futuro, su cui Perozzi si interrogava, tutti sintomi di un'Italia che ha perso la bussola. La morte toglie le maschere e mostra i personaggi per ciò che sono realmente. Monicelli però ci dà un modo per ribellarci a questo. Anche in punto di morte il Perozzi sceglie di scherzare un'ultima volta, e trova così agli occhi degli altri personaggi, e di noi spettatori, una nuova identità, quella di Sisifo, un eroe che conosce l'assurdità della condizione umana e sceglie di riderci sopra come unico segno di ribellione. Non a caso il film termina con un funerale e la risata dei quattro personaggi principali rimasti, che dopo aver accettato la loro "nullità", scelgono la risata come scelta di vita. Ed è anche questo che Monicelli ci invita a fare.

Il film si inscrive nel filone della commedia all'italiana (di cui Monicelli è stato il fondatore con I Soliti Ignoti), e ne sancisce anche la fine. Come il film del’58 ha trasportato la commedia dal dopoguerra, con simbolo Totò, alla modernità, Amici miei

ha trasportato il genere verso un altro tipo di struttura, che prenderà forma nel 1983 con Vacanze di Natale con la regia di Carlo Vanzina (qui invece aiuto regista) e che diverrà il cinepanettone, il cui fulcro sta nel concetto di evasione. Il pubblico di quegli anni era stanco della realtà e del cinema politico, desiderava un cinema di sketch comici, nella quale poter evadere.


Andrea Raciti 

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