Analisi di Red Rooms
05/01/2026

Da ormai diversi anni longtake cura una parte del corso di Film Critic & Festival Programmer della Civica Scuola Luchino Visconti di Milano. Durante le lezioni abbiamo chiesto alle studentesse e agli studenti di scrivere una loro recensione personale di un film a loro scelta. Ecco quella di Red Rooms scritta da Mattia Petrillo.


Non lasciarti ingannare dal titolo: non è propriamente di web di cui si parla qui, bensì di spettri. Quelli della razza peggiore, celati al di dietro della tastiera che sto digitando e inclini a manifestarsi in noi stessi. Il web è territorio di caccia per la solitaria Kelly-Anne (Juliette Gariépy), giocatrice di poker online nonché saltuaria modella per brand di abbigliamento. Quando una porzione di quello che conosciamo come dark web invade il nostro reale e prende forma in Ludovic Chevalier (Maxwell McCabe-Lokos), indagato per tortura e omicidio sotto pagamento ai danni di tre ragazze minorenni, la nostra inizia a sviluppare un’ossessione nei confronti del seviziatore, seguendo l’evoluzione del processo giorno per giorno. Ma cos’è davvero il reale? Siamo abituati a pensare che la risposta sia “ciò che è concreto e tangibile”, ma non sono sicuro che la violenza proveniente dallo schermo di un computer sia meno reale della mano che l’ha inflitta.

E proprio questo è il maggior punto di forza di Red Rooms: mostrare l’altro lato dello specchio per noi apparentemente irraggiungibile, ma che per alcuni può capovolgersi e sostituirsi al mondo in cui viviamo. A questa funzione rispondono le numerose superfici riflettenti di cui il film è disseminato: il vetro dei palazzi, gli schermi luminosi e le porte smerigliate che rendono sfocati i personaggi e le loro vere intenzioni. Il resto è inondato dal rosso delle fantomatiche red rooms, portali dell’inferno raggiungibili tramite web, dove è possibile pagare ingenti somme per assistere alle più disparate e macabre torture. Qui il rosso del sangue e dell’emergenza prende forma, saturandosi sempre più di pari passo con l’ossessione della protagonista e distorcendosi visivamente nel mondo reale, come un Tron in salsa da Il silenzio degli innocenti. Non che l’appartamento freddo e distante di Kelly-Anne appaia più confortevole, avvolto com’è nella sua oscurità di neri e blu, rappresentazione visiva del buio che cova nelle viscere della tecnologia che noi tutti quotidianamente adoperiamo.

E quale, se non il grigio, è il colore ideale da indossare per qualcuno che ha fatto del web la propria ragion d’essere? Difatti sembra essere proprio questo il colore preferito di Kelly-Anne, la quale è solita indossarlo in diverse sue sfumature, passione che condivide con il sospetto killer Chevalier, composto nella sua tenuta grigio-verde e protetto da fragili mura di vetro trasparente. Un colore spettrale, il grigio, che ben si presta ad esser portato da chi di tangibile possiede sempre meno, somigliando più ad un fantasma che non ad un essere umano. In quest’uso sapiente dello spettro cromatico Red Rooms è maestro e, parallelamente ad un intrigante ragionamento circa l’attrazione verso il macabro, riesce anche a farsi perdonare una sottotrama un po’ inconcludente riguardo un’altra groupie dell’assassino. Uno straordinario progetto, il quale pone domande che vale la pena di affrontare, purtroppo penalizzato da una distribuzione pigra. Qual è il limite oltre il quale le nostre passioni sono ritenute moralmente accettabili? Ciò che viene nascosto nei più profondi meandri del web è davvero così diverso da quello a cui già assistiamo in superficie? In questo tribunale, lo spettatore è giudice.


Mattia Petrillo


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