Bling Ring: Spring breakers a(l) (s)passo con le Kardashian
06/01/2026

Da ormai diversi anni longtake cura una parte del corso di Film Critic & Festival Programmer della Civica Scuola Luchino Visconti di Milano. Durante le lezioni abbiamo chiesto alle studentesse e agli studenti di scrivere una loro recensione personale di un film a loro scelta. Ecco quella di Bling Ring scritta da Elisa Castiglia.

[Kind hearts don’t make a new story… kind hearts don’t grab any glory…We are the kids in America] con questi lyrics la cantante Kim Wilde raccontava la gioventù americana degli anni ‘80 e trenta anni dopo, le protagoniste di Bling Ring corrispondono immancabilmente a questa descrizione: infatti, saranno proprio le loro gesta criminali a regalargli la fama tanto desiderata. Il lungometraggio di Sofia Coppola, distribuito nelle sale nel 2013, segue un gruppo di liceali che rapina le ville delle star hollywoodiane, analizzando il culto della celebrità nei primi anni duemila.

Segue una logica simile Spring Breakers, film di Harmony Korine uscito all’incirca nello stesso periodo. Entrambe le opere colgono il lascito della New Hollywood, con l’obbiettivo di narrare, attraverso le vicende di un gruppo di adolescenti senza scrupoli, la sregolatezza del paese a stelle e strisce. Fungono da richiamo in questo senso i titoli di testa saturati e fluorescenti, che, ricordando quelli di manifesti del movimento come American Graffiti (1973) e Gangster Story(1967), anticipano l’universo fatto di adrenalina, pericolo e corse in macchina in cui si muoveranno i personaggi. Tuttavia, fin dai primi fotogrammi, si assiste ad una sovversione dello spazio immaginifico: le bande muscolose e virili dei classici sono sostituite da gang composte prevalentemente da donne. Le giovani protagoniste, pur essendo eredi di enormi rivoluzioni culturali e politiche, aderiscono a codici di violenza e sopraffazione propri della strada – per secoli appannaggio esclusivo degli uomini - sottomettendo le controparti maschili attraverso le loro stesse regole. Il dualismo di santa e peccatrice, storicamente associato alla figura femminile, viene sfruttato sapientemente dai registi che scritturano attrici con la reputazione della “girl next door” per poi spogliarle completamente delle loro associazioni di purezza e bontà. In Bling Ring, Emma Watson abbandona definitivamente i panni della maghetta Hermione Granger per interpretare un’aspirante influencer, in Spring Breakers i volti di punta di Disney Channel, Selena Gomez e Vanessa Hudgens, diventano ragazze “scostumate”, dedite a sesso, droga e rock’n’ roll.

La nuova generazione, sulla falsariga dei programmi televisivi che consuma giornalmente, confonde la realtà con la finzione, il glamour con la crudeltà, compiendo atti deplorevoli con la convinzione che si tratti sempre di un gioco senza concrete conseguenze. Nell’ utilizzo di questi media di intrattenimento, si rivela la visione personale di ciascun cineasta. Korine porta a compimento il connubio violenza-innocenza tanto caro al suo cinema ambientando la vicenda in Florida, patria dei contrasti per eccellenza, in quanto sinonimo, nello stesso nome, di parchi di divertimento per famiglie e narcotraffico. In un’estetica da videoclip di VEVO, noto per il suo accostamento di palette cromatiche dai toni infantili a immagini di corpi fortemente sessualizzati, diventa possibile una strage a colpi di K24 sulle note di Everytime di Britney Spears – lei stessa binomio oppositivo. Possono coesistere nella stessa storia citazioni di Scarface, il film più famoso sulla scena gangsta di Miami e di My little Pony, un cartone animato per bambini. Coppola invece ci proietta nella culla del sogno americano, la città degli angeli, ritraendo la nuova forma di divismo che prende piede agli inizi del ventunesimo secolo. Sono gli anni in cui si assiste alla consacrazione del reality show come format televisivo e modello culturale: Paris Hilton debutta con La vita semplice nel 2003 ed è questione di poco tempo prima che Al passo con le Kardashian venga seguito da milioni di spettatori. Gli idoli del passato sono rimpiazzati da figli di magnati che ottengono il successo attraverso una spettacolarizzazione della vita stessa. L’ ironia proverbiale dell’autrice consiste nell’adottare lo stile comunicativo di queste trasmissioni per raccontare le vicende dei protagonisti, che, seguendo fedelmente le strategie comunicative dei loro punti di riferimento, li surclassano senza sforzo. Come dimostra intelligentemente la sequenza iniziale, in un mondo di spiritualismo consumista, l’ingresso nell’olimpo può avvenire facilmente tramite l’associazione con articoli di lusso e post di sé stessi sui social, rispettivamente reliquie e icone religiose del panorama contemporaneo. Nella modalità “confessionale” tipica del Grande Fratello, i membri della banda raccontano ciò che è appena successo nella scena precedente, suggerendo quanto sia semplice la distorsione della realtà quando ognuno può proporre una propria narrazione degli eventi. L’ elevazione dei giovani criminali a eroi della modernità si costruisce nel corso della narrazione, prima tramite l’uso del rallenty, poi con il processo in tribunale restituito al pubblico come una paparazzata, infine con il salto alla ribalta dell’influencer in un late night show. Bling Ring, così come tutta la filmografia della regista, è un’opera che davanti alla possibilità di un giudizio netto, sceglie la strada dell’analisi lucida e disincantata: indaga il contesto che ha prodotto simili reazioni umane, astenendosi dal condannare i suoi personaggi, per quante efferate possano essere le azioni che commettono.


Elisa Castiglia



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