Carrie: lo sguardo di Flanagan
12/10/2026

Si dice spesso che i romanzi di Stephen King siano difficilmente adattabili, a meno che non si dia una propria impronta autoriale (come nel caso di Shining di Stanley Kubrick, non gradito al Re) o di piccoli gioielli, rarità come Stand By Me - Ricordo di un'estate di Rob Reiner, che da King ha tratto anche il suo ottimo Misery. Mike Flanagan, dopo aver raccolto consensi per le sue serie TV (Midnight Mass, The Midnight Club e La caduta della casa degli Usher) porta King sul piccolo schermo, dopo averne adattato due racconti (Il gioco di Gerald, The Life of Chuck) e un romanzo (Doctor Sleep), con risultati altalenanti. Carrie, per ogni amante di Stephen King, non è solo un libro, è il punto di partenza di una poetica, l'inizio di un intero universo narrativo, oltre che il primo fraintendimento sull'autore: come per altri suoi intrecci, non si tratta di un horror – probabilmente la fuorviante aggiunta "Lo sguardo di Satana" al bellissimo adattamento di De Palma ha contribuito a questo malinteso, per cui definire Carrie un horror è quantomeno riduttivo, e questo Flanagan lo sa – ma di un'opera complessa e stratificata, in cui viene indagata in maniera straordinaria la psiche di una ragazzina soffocata da una madre fanatica religiosa e che ogni giorno deve affrontare atti di bullismo a scuola, che trovano nelle sue prime mestruazioni (sangue. Come quello di Beverly in IT. Simbolico, ben oltre il letterale) il punto di non ritorno sia al liceo (lo scherno) sia a casa (il giudizio materno sull'essere immorale e sporca). Un libro strutturato come un puzzle da ricomporre, dove il non detto si prende violentemente il suo spazio e dove la trama viene costruita lentamente, unendo le ipnotiche tessere di un mosaico feroce e quantomai attuale.

«Ma il mi dispiace è il pronto soccorso delle emozioni umane. È quello che dici quando rovesci una tazza di caffè, o mandi fuori pista una boccia quando giochi a bowling. Il vero dolore è raro come il vero amore.»

La prima scelta interessante è di adattare il romanzo ai giorni nostri, 52 anni dopo la data di pubblicazione e a 50 anni di distanza dal film di De Palma (regista che viene esplicitamente omaggiato nell'ultimo episodio), sapendo di aver la possibilità di ampliare quanto raccontato nel romanzo con le quasi 8 ore a disposizione: Flanagan si prende il suo tempo, approfondisce i personaggi e crea per loro anche delle storie di background per poterli comprendere meglio, mostrando come per lui non sia tanto quanto accade ma ciò che si prova ad essere importante. Il primo episodio, in tal senso, è più che convincente: viene raccontato meglio cosa sia successo al padre di Carrie e quale sia la condizione della bambina lasciata in balìa di una madre incapace di darle affetto ma solo una rigida educazione religiosa. O almeno, così sembra, perché la figura di Margaret alla lunga perde il suo status di donna opprimente e soffocante, per lasciare spazio a un rapporto ambiguo con sua figlia, perdendo la sua natura, elemento cardine per capire nel profondo il racconto. Attualizzarne l’immagine, portandola a diffondere il suo fanatismo anche nei luoghi in cui trova lavoro, è una scelta apprezzabile, finché non si arriva a intaccarne la vera anima, senza la quale l’intera storia perde le fondamenta. Inoltre, l'utilizzo di smartphone e social come armi per mettere in pratica il bullismo è una realtà con cui fare i conti e che, allora come oggi, a distanza di così tanti anni, ci porta a chiederci quante Carrie ci siano al mondo, entrando in empatia con lei e con tutte le vittime di queste situazioni. Il vero valore aggiunto, in tal senso, è proprio la ragazza, interpretata da Summer H. Howell, capace di donarle quel misto di gentilezza e ingenuità così pure e reali da rendere immediato un coinvolgimento emotivo, un istinto di protezione verso un'anima così docile gettata dall'oggi al domani in un inferno come il liceo. È lì che si nasconde il vero male, nel quotidiano, sotto il trucco degli studenti o studentesse modello, delle famiglie per bene, non di certo in Carrie: e questo King lo aveva sottolineato in maniera chiara già nel 1974. E se il male dei nostri giorni può nascondersi tra i reel e gli algoritmi dei social e delle chat di classe, questo meccanismo inizialmente ben oliato sfugge di mano a Flanagan, che dopo un inizio intrigante finisce con il diluire eccessivamente questa dimensione portando la serie a somigliare molto a Tredici in quanto a stile e tematiche trattate, scivolando spesso nel teen drama più che in quella claustrofobica realtà che è lo specchio dell'anima della sua protagonista. La figura di Chris Hargensen, vera nemesi di Carrie, è invece quanto di più kinghiano ci possa essere: il suo non è un Male giustificato, è un’anima carica di malvagità che trova la sua gemella nel sociopatico Billy Nolan, capace di crudeltà solo per il piacere di farla, senza un perché, senza essere suo schiavo (come nel romanzo) ma anzi il folle in grado di farle perdere definitivamente il controllo, arrivando al celeberrimo atto finale.

«Il miscuglio di emozioni e di immagini era spaventoso, indicibile. Sangue. Infelicità. Paura. L'ultimo sporco scherzo di una lunga serie di sporchi scherzi...»

Ciò che nel romanzo è il culmine e la summa di tutto, ovvero la sequenza del ballo, nella serie perde dell’intensità necessaria. Dovrebbe essere quello il momento in cui la ragazza per la prima volta si sente bella e apprezzata, ed è quello l'istante in cui la goccia (di sangue. Un secchio, per la verità.) fa traboccare il vaso e la porta a vendicarsi contro chiunque abbia riso di lei o le abbia fatto del male. Ovvero tutti, o quasi. Dovrebbe. Perché in realtà tutto accade così rapidamente e senza il meritato carico di tensione e orrore con cui andrebbe trattato, risultando la reazione (neanche la prima, oltretutto) senza freni di un'adolescente più simile a Eleven di Stranger Things – che in realtà è ispirata più a L'incendiaria - che alla ragazza descritta da King. Carrie, infatti, nella versione di Flanagan controlla i suoi poteri in maniera molto più consapevole, arrivando ad attuare anche delle micro vendette mirate verso Chris o verso sua madre, atti che stridono con quello che dovrebbe essere il personaggio principale e che assumono coerenza con quello creato dallo showrunner, ma le perplessità in tal senso restano. Trasporre ai giorni nostri un'opera di 50 anni fa non è necessariamente un male, anzi, se si sta attenti a non snaturare personaggi e dinamiche può essere anche uno stratagemma arricchente: è chiaro che gli insegnanti si interessino maggiormente alla ragazza, siano più protettivi di quanto non accadesse nel libro, come è ovvio che nel 2026 cambino le vittime e i motivi per cui possono essere prese di mira. Flanagan, purtroppo, non riesce sempre a mantenersi in questo equilibrio, portando la sua Carrie a essere quasi altro rispetto a quanto mostrato da King e De Palma, soprattutto considerando un finale aperto di cui non si sentiva la necessità e che più che incuriosire lascia abbastanza straniti.

Adattare le pagine di Stephen King, soprattutto i finali (IT ne è un esempio eclatante) è molto complicato e il rischio di voler prendere troppa libertà per aggirare l'ostacolo è troppo alto. E questa serie, seppur ben confezionata e sicuramente ricca di spunti in diversi passaggi, purtroppo, non fa eccezione.

Lorenzo Bianchi

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