Dal dolore alla genesi dell’arte in Hamnet
17/02/2026

“Morire, dormire –

Niente di più – e con il sonno dire che poniamo fine

al dolore del cuore e ai mille colpi naturali

cui la carne è soggetta. Una conclusione

devotamente da desiderare. Morire, dormire –

Dormire – forse sognare. Ah, ecco il punto!

Perché in quel sonno della morte, quali sogni potranno venire,

quando ci saremo liberati di questo involucro mortale,

ci deve far riflettere.”

Con questi versi tratti da Hamlet, William Shakespeare mette in scena il dubbio metafisico sulla morte, concepita come sonno, sospensione, liberazione. Da questa riflessione sembra derivare Hamnet, diretto da Chloé Zhao, ispirato all’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell. Le due autrici collaborano alla sceneggiatura, dando vita a un’opera che torna alle origini della sensibilità e della poeticità della regista. La pellicola non racconta semplicemente un evento biografico (la morte del figlio di Shakespeare) bensì esplora il lutto non come evento isolato ma come esperienza che trasforma l’identità e soprattutto diventa motivo di creatività.

Al centro della narrazione vi è Agnes, interpretata da Jessie Buckley, figura sospesa tra natura e superstizione, tra vita e morte. Il centro dell’opera si focalizza sull’esperienza materna, trasformando la tragedia privata in una trascendenza e meditazione universale del dolore.

Tuttavia la grandiosità del film non risiede solo nel tema affrontato ma nella costruzione estetica. Hamnet è un’opera d’arte, in cui teatro, natura e poesia si fondono, dando origine a un linguaggio visivo manieristico e simbolico; una mera esperienza immersiva. La fotografia privilegia luci naturali, spazi rurali e silenzi prolungati. La casa è uno spazio cupo, claustrofobico in contrapposizione con la natura: maestosa, potente e salvifica.

La verticalità, elemento ricorrente, risuona fin dalla scena iniziale, lo sguardo è rivolto verso l’alto. Un movimento di ascensione che suggerisce un legame trascendentale con il cosmo e il divino. Un rapporto salvifico con la natura, con la quale la protagonista è sempre in dialogo, che non è semplice sfondo. Il richiamo al sublime, corrente artistica e di pensiero attraverso la quale Hamnet viene resa un’analisi metacinematografica e metateatrale sulle genesi dell’opera d’arte.

Inoltre, questa persistente tensione verso il cielo richiama ciò che sta oltrepassando la dimensione terrena, suggerendo l’esistenza di un seguito, di un al di là che può essere intuito soltanto dopo la morte. Lo sguardo ascensionale diventa un gesto simbolico, non semplice contemplazione ma una vera e propria interrogazione sul limite umano.

Il fulcro del lungometraggio rimane tuttavia la morte, declinata in molteplici forme. Si scorge un mosaico di perdite che attraversano l’intero tessuto narrativo: la morte della neonata, fugace ma incisiva; quella del falco, incarnazione del presagio e della libertà; la morte del personaggio maschile che è emerso come centro emotivo e sensibile dell’opera; fino alla morte teatrale in Hamlet, e in senso metaforico alla morte della creatività e dell’amore all’interno del matrimonio.

Questi decessi, tragici ed improvvisi non vengono però romanticizzati. La cineasta evita ogni possibile compiacimento melodrammatico, rifiutando anche una rappresentazione edulcorata della sofferenza. Il dolore non viene estetizzato, bensì riportato e trasmesso nella sua crudeltà fisica e psicologica. L’interpretazione della protagonista, impeccabile, riproduce la perdita in esperienza corporea, un vero e proprio strazio che attraversa come una lama affilata, silenzioso ma devastante.

Hamnet è un’opera magistrale che attraversa le fragilità umane e i limiti dell’esistenza, trasformando la perdita in esperienza viva e profonda. La tensione verso il cielo, la verticalità dello sguardo e il dialogo continuo con la natura creano un senso di sublime, suggerendo un al di là dove dolore e bellezza si intrecciano. Il film propone una riflessione sull’accettazione della sofferenza. Il dolore non è solo perdita, ma esperienza formativa, capace di restituire senso e identità.

Allo stesso modo, la pellicola dimostra come l’arte possa trasformare il dolore in meraviglia. La tragedia di Amleto, paradigma supremo del dramma psicologico e simbolo del dialogo tra vita e arte, mostra come quest’ultima possa rendere universale l’esperienza personale.


Federica Severo 

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