Il titolo più atteso della giornata non ha deluso: Midnight Swan, scritto e diretto da Uchida Eiji, arriva forte del trionfo ai Japan Academy Awards, dove ha vinto i premi per il miglior film e per i due interpreti principali. L’assenza di una madre è al centro di un dramma che racconta la difficoltà dello stare al mondo di chi vorrebbe abbandonare i limiti impostigli, che siano familiari o fisiologici. Ichika (Hattori Misaki), figlia dell’alcolista e irresponsabile Saori (Mizukawa Asami), viene affidata temporaneamente allo zia Nagisa (Tsuyoshi Kusanagi), transgender che tira avanti danzando in spettacoli di varietà- Sebbene la convivenza sia inizialmente difficoltosa le due iniziano rispettarsi per quello che sono e che vogliono diventare; e Nagisa, supportando il desiderio di Ichika di diventare ballerina classica, conoscerà per la prima volta l’emozione di essere madre.
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Come nei precedenti Lowlife Love (2015) e Love and Other Cults (2017), Uchida Eiji racconta una storia ai margini della società giapponese. La difficoltà della comunità LGBTQ+ vengono raccontate per mezzo di Nagisa, transgender di mezza età alle prese con difficoltà economiche, pregiudizi e soprattutto tanto dolore per un corpo che sente estraneo. Tsuyoshi Kusanagi regala la più grande performance della propria carriera, e dona al film e al suo tragico protagonista una dignità e un’umanità rare. Di grande forza anche la performance dell’esordiente Hattori Misaki, ballerina che ha vinto concorsi a livello mondiale e la cui grazia sul palcoscenico regala momenti di pura poesia nella grigia e miserabile quotidianità che avvolge la vita dei personaggi. Non mancano momenti più didascalici, ma la cura formale (bellissima la fotografia di Maki Ito) e l’affetto con cui Uchida mette in scena i propri misfits, fanno volentieri perdonare qualche difetto. Le scene di ballo e lo straziante finale sulla spiaggia candidano Uchida a un ruolo importante nel panorama del cinema giapponese contemporaneo.

Un’altra famiglia atipica è protagonista di Time, opera prima di Riki Ko, riflessione mai banale sulle difficoltà dell’invecchiare e denuncia di come viene percepito l’anziano nella società di Hong Kong. Chau (Patrick Tse) è un ex sicario che ha messo il proprio straordinario talento col coltello al servizio della cucina. Quando viene rimpiazzato da un automa decide di rispondere all'annuncio di Fung (Petrina Feung) sua ex compagna di misfatti insieme all'autista Chung (Lam Suet). I tre decidono di tornare al mestiere che conoscono meglio per metterlo al servizio degli anziani che vogliono morire. Ma quando Chau e gli "angeli della terza età" vengono assunti da Tsz-ying (Chung Suet-ying), adolescente incinta e abbandonata da tutti, gli ex-assassini imparano a liberare le proprie vite dal peso della morte e ad abbracciare la vita, dando alla giovane una nuova famiglia.
Time è una deliziosa commedia nera innalzata da un cast meraviglioso di vecchie glorie del cinema di Hong Kong. In particolare Petrina Feung, ex bambina prodigio, è fantastica anche nei numerosi momenti canori. Riky Ko gestisce una storia non semplice con un'abilità rara per un debuttante, togliendosi anche lo sfizio di infilare qua e là diversi omaggi al cinema del suo Paese. Sebbene la storia parli di anziani che vengono messi da parte dalla società, alcuni dei quali disposti a pagare pur di morire, il film non diventa mai tragico, mantenendo un equilibrio costante per tutti i suoi cento minuti scarsi. Una delle sorprese più piacevoli del festival, che consigliamo di gustare in compagnia dell’affine The Amusement Park, film recentemente restaurato del maestro George Romero, col quale condivide le tematiche.

Anche nel dramma familiare coreano Please Don’t Save Me, opera prima di Jung Yeon-kyung, facciamo la conoscenza di una giovanissima protagonista alle prese con un dolore troppo grande per essere sopportato. L'appello del titolo, che nasconde in realtà un potente grido d'aiuto, è quello di Sun-yu (Jo Seo-yeon), bambina che ha subito l'orribile esperienza del suicidio del padre. Sun-yu e la madre (Yang So-min) provano a mettersi alle spalle il passato cambiando città e buttando via i ricordi del compianto; ma ciò che è successo chiede un tributo interiore difficile da tollerare. Quando madre e figlia sembrano sul punto di abbandonarsi alla disperazione sarà la pura innocenza di un compagno di classe, Jeong-guk (Choi Ro-woon), a restituire un po’ di speranza.
Jung Yeon-kyung ha dichiarato di aver scritto la sceneggiatura dopo aver letto di una terribile tragedia verificatasi nella città di Daegu. Please Don’t Save Me non è solo una rielaborazione della cronaca, è soprattutto il tentativo di esplorare la vasta gamma di emozioni che una bambina può provare in assenza di genitori (la scelta di negare la presenza di qualsiasi figura paterna è in tal senso significativa). Se da un lato i brevi momenti di comicità funzionano bene su un racconto fortemente drammatico, dall’altro il risultato finale paga alcune incoerenze narrative e la forte banalizzazione delle relazioni, sia tra bambini che tra adulti.

Non convince Lee Thongkham (The Last One, The Lake) con l’horror The Maid. Dalla Thailandia un’operazione dalle scelte discutibili che ha rischiato di scatenare l’ilarità della sala. La nuova cameriera Joy (Ploy Sornarin) viene assunta da una ricca famiglia: Nirach (Theerapat Sajakul), Uma (Savika Chaiyadej) e la piccola figlia. Iniziano a verificarsi strani avvenimenti e, con il passare dei minuti (scanditi da un’improbabile divisione in capitoli), si giunge alla conclusione che la villa sia infestata dallo spirito della cameriera precedente, Ploy (Kannaporn Puangtong), misteriosamente scomparsa.
The Maid ricorda, per regia e fotografia, le soap pomeridiane della tv generalista. La possibile e interessante direzione verso il grottesco è negata dall’insorgere di elementi tipici dell’horror commerciale, tra cui una serie di jumpscare assolutamente evitabili. Il risultato finale è uno splatter che avrebbe potuto e dovuto divertire, non fosse per l’incomprensibile serietà e pedanteria con cui viene trattata la materia. Trucco ed effetti speciali ai limiti del parodistico.
Tra i film in programma giovedì due storie di sport: il biopic Zero to Hero, dedicato al primo campione paraolimpico di Hong Kong, e il documentario Tough Out. A seguire il dramma Before Next Spring, il neo-noir Hand Rolled Cigarette e il romantico Man In Love. Main event della giornata sarà Endgame col divo Andy Lau. E per i più coraggiosi ecco l’horror Sugar Street Studio.
Vi diamo appuntamento a domani con il Diario dal Far East!
Marco Lovisato e Andrea Valmori