Diario dal Far East Film Festival 23: Il racconto dell’ottava giornata
02/07/2021
Valigia per le vacanze targata Far East Film Festival. Costumi (da clown)? Check. Pistole (ad acqua…)? Check. Roba da contrabbandare? Check. Scarpe da corsa? Check. Dilemmi esistenziali? Check. Insomma, ce n’è veramente per tutti i gusti in un FEFF che si avvia verso la conclusione della ventitreesima, ibrida, edizione. 

La penultima giornata inizia con Zero to Hero racconta la storia vera di So Wa-wai, velocista che ha gareggiato dal 1996 al 2012 per la squadra paralimpica di Hong Kong. Il debuttante Jimmy Wan sceglie di concentrarsi tanto sul protagonista, un convincente Leung Chung-hang, quanto sulla determinazione della madre, interpretata da Sandra Ng. L'attitudine della donna nei confronti del figlio si sposa bene con l'etica di sacrificio e combattimento che più volte abbiamo riscontrato nei film di area cinese in concorso.

"Faccio sprint per recuperare da un ritardo. L'ho fatto tutta la mia vita", dice il protagonista, che impara a correre per scappare da un gruppo di bulli per poi non smettere più, fino a diventare una leggenda dello sport e un'icona di Hong Kong. Il film racconta la parabola dalla perdita di speranza al successo; alcuni momenti di pathos azzeccati in una feel good story come tante. Le scene di corsa alle Paralimpiadi si vorrebbero spettacolari, ma il green screen e la cgi distraggono troppo e trasmettono un effetto posticcio. Un film che funziona bene se gustato in coppia con Tough Out, documentario in punta di piedi che contrasta con la retorica do or die del film di Wan. Tough Out, ultimo lavoro di Xu Hui-jing, racconta di una squadra giovanile di baseball alle prese con gli allenamenti nella periferia di Pechino. Un interessante spaccato sulla Cina contemporanea e sul suo futuro, qui rappresentato dai bambini e dalle loro difficoltà.

Restiamo in Cina viaggiando in Giappone, se ci perdonate il paradosso, con Before Next Spring, tra le opere prime più interessanti di questa edizione del festival. Il debuttante Li Gen, che firma anche la sceneggiatura, mette in scena diverse storie di immigrati cinesi a Tokyo, ispirandosi direttamente alla sua esperienza di studente all'estero. Ragazzi in viaggio di studio, giovani alla ricerca di un futuro, lavoratori che ancora aspettano il passaporto o l'occasione per riunirsi alla famiglia: le diverse anime perse del film gravitano intorno al Nankokute, ristorante la cui manager tenta da anni di ottenere la residenza per sé e il fidanzato e che dà lavoro ai ragazzi cinesi di passaggio. Tra questi c’è Li Xiaoli, studente che ha lasciato la famiglia per un anno di studio in Giappone e che fa da alter ego del regista. Li Gen preferisce uno stile sobrio e semplice, lasciando ai suoi attori il compito di trasmettere la carica emotiva del film. Sebbene all'inizio del film troneggi lo stemma del governo cinese il film non è così retorico come ci si potrebbe aspettare, considerando anche i rapporti difficili con il Giappone e la rappresentazione negativa dei giapponesi in film di propaganda come 800 eroi

Dalla corona britannica alla Repubblica Popolare Cinese, Hand Rolled Cigarette inizia nel limbo vissuto dai militari di Hong Kong nel 1996. L’opera prima di Chan Kin-long racconta infatti dell’incontro tra l’ex-soldato Chiu (Lam Ka-tung) e il giovane Mani (Bipin Karma), tra chi la città l’ha vista trasformarsi e chi ha appena iniziato a conoscerla. Una partita di droga rubata al gangster Tai (Ben Yuen) li unirà in una lotta alla sopravvivenza, offrendo a Chiu l’ultima possibilità di redenzione verso i fantasmi del passato.

Prodotto da Lawrence Lau, Hand Rolled Cigarette si distingue sin dalle primissime sequenze per un’estetica elegante e raffinata (fotografia di Rick Lau). La costruzione della storia parte da un punto storico e narrativo molto interessante, salvo poi prendere tutt’altra direzione portandoci nel frenetico via vai della Hong Kong contemporanea. Il risultato è un’opera elegante ma con poco mordente e, seppur costruisca in maniera coerente il rapporto tra protagonisti, la sensazione finale è quella di aver assistito alla sottotrama di un più ampio gangster movie. Il fumo di sigaretta, i vapori delle strade e gli schiamazzi del mercato trasportano lo spettatore nei quartieri bassi della città in un film che fa del piacere visivo e sensoriale la sua (unica) carta vincente.

Rao Xiaozhi, regista cinese di Endgame, si era fatto apprezzare alla ventunesima edizione del FEFF per la black comedy A Cool Fish, dimostrando un certo talento per le commedie degli equivoci dal sottotesto nerissimo. Con il suo ultimo lavoro il regista tenta la stessa carta vincente, abbandonando però la piccola produzione per passare a un budget più alto, complice l'ingombrante presenza del divo e produttore Andy Lau. La storia, trita e ritrita, è quella dello scambio di identità, già vista in film come Key of Life (2012) e il suo remake Lucky Key (2016). Quan (Andy Lau) è un assassino a pagamento, efficace, confidente e carismatico; Xiaomeng (Xiao Yang), è un attorucolo inetto e depresso, al quale non riesce bene neppure il suicidio. Un incidente in un spa causa in Quan la perdita della memoria, e offre un'occasione a Xiaomeng di assumere l'identità del killer. Gli esiti, manco a dirlo, saranno catastrofici; ma ci sarà tempo per Quan di innamorarsi di una giornalista d'assalto interessata alla sua storia.

Rao è un regista intelligente e ambizioso, dai modelli alti: Endgame già dal titolo omaggia Finale di partita di Samuel Beckett (che vediamo citato in diversi manifesti), massimo esponente di quel teatro dell'assurdo che il regista ambisce a restituire sullo schermo. Manco a dirlo il film, commedia senza troppe pretese, non si avvicina minimamente alla ricchezza concettuale del drammaturgo irlandese; ma ha una prima parte che riesce a divertire nonostante la ripetitività delle situazioni, anche grazie alla bravura dei due interpreti e allo stile frizzante del regista. Il film cala molto quando si concentra sull’ineludibile love story e, una volta giunto a un finale ricco di riferimenti teatrali, non riesce più a recuperare la grinta iniziale. I cartelli finali, che ci ricordano che ognuno dei protagonisti ha pagato col carcere per i propri misfatti, è la classica nota stonata e posticcia tipica delle produzioni cinesi di grosso budget.

Diverte Death Knot (Nodo scorsoio) dell’attore e regista esordiente Cornelio Sunny. Il timore di una maledizione porta al panico in una regione rurale dell’Indonesia ed è da questo tema reale che Sunny costruisce un horror capace di tener incollati allo schermo senza deludere le umili pretese dell’operazione. Il film si apre su una misteriosa sequenza notturna, dove una donna porta a compimento un rituale mortifero, invocando la liberazione da una maledizione. L’inquietante prologo si rivela sogno e premonizione condivisi da Hari (Cornelio Sunny) e dalla sorella Eka. Accompagnati da Adi, il fidanzato di Eka, i due fratelli si imbarcano quindi in un viaggio di ritorno verso il lontano villaggio natale, abbandonato assieme al padre da molti anni. Hari cerca di mantenere la ragione, giustificando l’ondata di ricorrenti suicidi nella zona con le problematiche di una situazione economica e sociale svantaggiata. Ma la scoperta di un antico idolo di pietra nella foresta non lontano dalla casa della madre, lo porterà a ricredersi.

Lavorando su credenze connesse alla magia nera e rituali sciamanici, nonché sulla possessione, la radice dell'errore si genera all’interno dei personaggi, cosa che permette di giocare con il genere, senza ricorrere ad un uso marcato di effetti speciali. Molto appropriatamente, invece, i movimenti dei corpi e le espressioni dei volti posseduti si avvicinano alle pratiche performative delle danze tradizionali, esse stesse forme di comunicazione o avvicinamento al mondo del divino e dello spirituale. Death Knot compensa i limiti di risorse ridotte con un supplemento di impegno creativo che fa apprezzare la passione di Cornelio Sunny per il cinema e il suo notevole gusto nella costruzione dello spettacolo.

E diverte, a sorpresa, anche Sugar Street Studio, film nato come veicolo promozionale di una "casa stregata" di Hong Kong al quale il debuttante Sunny Lau riesce a donare vita e mordente. La storia del film rispecchia quella della reale operazione che ha portato alla sua realizzazione: una troupe di esperti di effetti speciali viene ingaggiata per trasformare un ristorante, che si dice infestato dai fantasmi, in una vera e propria casa stregata. Quando però gli spettri appaiono per davvero starà proprio al giovane team (manca solo Scooby-Doo…) fare luce sull'oscuro passato del palazzo, in cui un incendio interruppe tragicamente la produzione di un film.

Sugar Street Studio è un onesto prodotto d'intrattenimento, che si eleva dalla propria natura di operazione di marketing per trasformarsi in un divertente omaggio alle classiche commedie horror del cinema di Hong Kong (Spooky Encounters, Mr. Vampire ecc.). Gli effetti speciali posticci, invece che stonare, danno all'opera un tono scherzoso e la storia tragica dei due fantasmi riesce addirittura a emozionare e coinvolgere. 

Chiudiamo con una  nota stonata e con un film che si candida a opera peggiore di questa ventitreesima edizione: Man in Love di Yin Chen-hao è quanto di più ricattatorio si possa immaginare volendo raccontare una semplice storia d’amore. L’opera prima del regista taiwanese è pensata come prolungamento della sua carriera nel mondo dei videoclip musicali e il risultato formalmente convincente è d’altro canto contenutisticamente raccapricciante.

Il film è il remake dell’omonimo coreano di Man in Love (2014), diretto e co-sceneggiato da Han Dong-wook. A-Cheng (Chiu) riscuote denaro per conto di una malavitosa locale, ma rimane folgorato dalla visione di Hao-ting (Hsu), figlia del suo debitore che è in coma. Possiamo tranquillamente sorvolare sulle modalità con cui il protagonista convince la giovane a uscire e, al di là di un arco di trasformazione dei personaggi inesistente, quello che più allarma è l’etica del denaro e della violenza che aleggia sul film lasciando a tratti esterrefatti per il modo in cui viene messa in scena. Malattie terminali, demenza senile e pesanti difficoltà familiari appaiono come tematiche su cui si possa passare con il sorriso ebete del protagonista. Una commedia dell’orrore morale accompagnata da musiche melense che stonano fortemente con il contesto raccontato. Auguriamo comunque al regista un futuro radioso, e che si possa indirizzare verso altri generi. 

Tra i diversi film in programma nella giornata conclusiva di venerdì 2 luglio spicca il nuovo horror di Fruit Chan Coffin Homes, ennesima denuncia dell’inferno immobiliare di Hong Kong. Gran chiusura con la premiazione e la proiezione del restauro di Infernal Affairs, capolavoro che ha ispirato Martin Scorsese per il suo The Departed.

Vi diamo appuntamento a domani per l’ultima pagina del nostro Diario dal Far East!

Marco Lovisato e Andrea Valmori

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